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La storia della nube radioattiva sulla Russia a domande e risposte

Le autorità del Paese hanno confermato un picco di radioattività sugli Urali a fine settembre. Da che cosa è stato causato? Fin dove si è spinto? E sopratutto: è pericoloso?

Una nube mattutina (non radioattiva) sugli Urali.|Shutterstock

Dopo settimane di silenzi e smentite, le autorità russe hanno confermato di avere in effetti individuato una nube radioattiva espandersi sull'Europa, con un picco di radioattività registrato a fine settembre in Russia, sopra alle montagne degli Urali.

 

Il Servizio Meteorologico del paese ha fatto sapere di aver rintracciato livelli anomali dell'isotopo di rutenio-106 nella parte meridionale della catena montuosa, e di averla classificata come una "contaminazione estremamente alta". La notizia conferma le dichiarazioni di autorità di sorveglianza nucleare europee, che nelle scorse settimane si erano accorte della nube.

 

Ma di che tipo di materiale radioattivo si tratta? Da dove ha avuto origine la perdita, e quali sono - se presenti - i rischi per la salute? Una guida essenziale sul tema, a domande e risposte.

 

Che cos'è il rutenio-106? Quello individuato sopra agli Urali è un prodotto di decadimento delle reazioni nucleari: l'uranio o il plutonio di partenza si suddividono in nuclei più piccoli, che decadono in una serie di elementi radioattivi diversi. La maggior parte di questi sottoprodotti ha un'emivita di pochi secondi o minuti: troppo breve perché vengano rintracciati. Il rutenio-106 rimane stabile per poco più di un anno, e quindi è facilmente individuabile in caso di perdita.

 

È pericoloso? I più alti livelli di rutenio-106 riportati dalle autorità russe sono pari a 986 volte le quantità naturali: un numero che suona allarmante. Tuttavia, i livelli naturali di questo isotopo sono talmente bassi, che nemmeno una quantità quasi 1000 volte superiore è considerata estremamente pericolosa. La nube di rutenio che nelle ultime settimane si è espansa sull'Europa non dovrebbe comportare quindi rischi per la salute.

 

Occorre però aggiungere che l'Istituto francese per la radioprotezione e la sicurezza nucleare (IRSN), che per primo aveva diffuso la notizia della nube radioattiva, ha fatto sapere che se la perdita fosse avvenuta in Francia, la popolazione nel raggio di qualche chilometro dall'origine della nube sarebbe stata evacuata. La questione va quindi trattata con una certa cautela.

 

Da dove proviene, esattamente, la perdita? fin dove si è spinta? Anche se la radiazione è parsa particolarmente alta nell'area di Chelyabinsk, al confine con il Kazakistan (e particolarmente sfortunata, negli ultimi tempi), la zona più plausibile di rilascio è situata tra il fiume Volga e gli Urali. Il massimo livello di rutenio-106 è stato registrato dalla stazione meteorologica di Argayash, che si trova a una trentina di chilometri dal sito nucleare di Mayak, negli Urali meridionali, dove oggi viene riprocessato il materiale nucleare esaurito.

 

Nel 1957, questa centrale fu al centro del terzo più grave incidente nucleare di sempre, dopo quelli di Fukushima e Chernobyl: l'evento diffuse una nube radioattiva su una superficie di 52 mila chilometri quadrati, ma le autorità sovietiche tacquero sul tema per due decenni.

 

In questo caso, la nube di rutenio-106 si è allargata su tutta l'Europa, con le maggiori concentrazioni registrate ad est e nord (vedi mappa qui sotto).

 

La diffusione dell'isotopo radioattivo mostra la possibile località della perdita. | IRSN

Può essere stata provocata da un ordigno nucleare? Se la radiazione fosse legata a una bomba o a un incidente nucleare, si registrerebbero livelli molto alti anche di altri isotopi radioattivi. Poiché l'unico rintracciato è il rutenio-106, è invece probabile che la nube provenga da un impianto di riprocessazione di materiale medico (radiofarmaceutico, o diagnostico). 

 

Per quanto resterà nei cieli d'Europa? L'emivita del rutenio-106 è di quasi 374 giorni: significa che in poco più di un anno, metà di questo materiale radioattivo decade. Quindi è presumibile che l'isotopo rimarrà rintracciabile per i prossimi 5 o 6 anni, anche se non sembra saranno necessarie operazioni di bonifica.

22 Novembre 2017 | Elisabetta Intini
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