Login Registrati
Facebook Twitter Google Plus
Abbonati
| |

Vudù, sangue e fede

Feticci, sacrifici di animali, pozioni... La religione vudù (ma il nome corretto è “vodu”) mantiene vive le radici primitive dell’Africa nera. Con una liturgia teatrale fatta di ritmi tribali,danze e... orge. E la magia nera e gli zombie? No, quelle sono leggende. Anzi, la religione di Haiti crede nel Dio dei cristiani (ma anche in divinità che “entrano” nella mente).

Donna posseduta da una divinità durante la festa di Saint-Yves (Haiti). I fedeli fanno l’amore con la divinità, o meglio con i corpi da essa posseduti.|Sergi Reboredo/VWPics/Redux/contrasto

Cori, tamburi, il ritmo scandito dal sonaglio di uno strano sacerdote. E la folla si esalta davanti ai primi tremori della possessione di una donna. Scossa da spasmi convulsi, si getta in avanti come una molla. Gira freneticamente su se stessa. Si blocca di scatto, con il corpo inclinato in avanti. Titubante, barcolla. Poi, sembra placarsi. I fedeli le tolgono scarpe, anelli, collane, qualsiasi cosa impedisca i movimenti o possa danneggiarla durante il suo stato d’incoscienza. Di nuovo in preda ad attacchi nervosi, la posseduta è a torso nudo e si rotola per terra. Ancora un colpo del sonaglio dell’officiante vicino all’orecchio e finalmente si calma. Appare svuotata, in catalessi. Sta emergendo dentro di lei, ritengono i fedeli, la presenza di una divinità. Cambia voce, assume un tono da uomo. La portano a indossare i vestiti del dio che si è impossessato della sua coscienza.

 

paure ancestrali. Dalle cerimonie vudù (o vodu, o voodoo, ovvero “divinità” nella lingua del Benin) che spesso si svolgono ad Haiti, i rari turisti ammessi non escono mai con quel sorriso ironico ispirato dai comuni spettacoli folcloristici. Solo a parlarne, il vudù richiama misteri, malefici e “morti viventi”. Letteratura e cinema hanno alimentato leggende che solo da poco hanno lasciato spazio alle analisi serie di psicologi, medici e antropologi.


Che cos’è il vudù, da dove viene? Come si spiega il fenomeno della possessione? Ha qualcosa a che fare con gli zombi?

 

La donna mambO. Il vudù ha 20 milioni di fedeli, presenti anche fra gli immigrati haitiani negli Usa e in Europa, divisi in società autonome, senza gerarchie religiose. Ogni società dispone di un piccolo santuario: a volte basta la casa di un adepto. La gestiscono un sacerdote (hungan) e una sacerdotessa (mambo). Nelle cerimonie si sacrificano galli, persino vitelli, e si cerca di provocare l’entrata di un loa, un dio, nel corpo di una o più persone.

«Il vudù è uno dei pochi casi in cui la trance mistica, cioè una forte modificazione della coscienza, è provocata senza l’uso di droghe» spiega Giovanni Pierini, tossicologo all’Università di Bologna e studioso della trance. «Come ha dimostrato nel 2004 la psicologa Annette Robart, la trance può essere indotta dalla danza e da particolari ritmi. Fondamentali sono le pause fra i suoni, che determinano un senso di tensione e di mistero». Anche la partecipazione del gruppo è importante per arrivare alla trance. «Nel posseduto» continua Pierini «la coscienza può svanire, al punto da farlo apparire in balia di un’entità esterna, una divinità. Ma in realtà egli “vede” immagini che emergono dal suo inconscio, la parte della nostra psiche più legata ai comportamenti primordiali».

Una cerimonia Vudù a Togo, in Africa. | Naftali Hilger/laif/contrasto

Zombi o sonnambuli? «I posseduti si muovono con modalità che ricordano il sonnambulismo, e spesso manca loro la coordinazione corporea: da qui viene la leggenda degli zombi, i morti viventi» continua Pierini. Se il vudù potesse sul serio svegliare i defunti o indurre la morte apparente, nella poverissima Haiti sarebbero da tempo corse a studiare le multinazionali farmaceutiche. «Ciò non toglie che nelle cerimonie avvengano fenomeni sorprendenti» spiega Pierini. «Nel posseduto, senza più il controllo della coscienza razionale, il bene e il male si fondono. Può diventare volgare, aggressivo: da qui l’immagine “diabolica” del posseduto percepita dagli osservatori occidentali». Il dio che si impadronisce del suo ospite umano (detto loa), però, di solito non è maligno: spiega, consiglia, parla del futuro.

schiavitù.

 

A portare alla diffusione di questa “frattura” delle barriere fra conscio e inconscio nei Caraibi, fu probabilmente la deportazione di schiavi dall’Africa ad Haiti, a partire dal XVI secolo. Il vudù è quindi nato quando gli schiavi provenienti dal Golfo del Benin, sradicati dalle loro famiglie e dai loro idoli, rifiutarono la dura realtà dei campi di canna da zucchero. E si rifugiarono in riti arcaici, come in un simbolico ritorno a casa. Fu anche una reazione al battesimo e ai santi cattolici imposti dai missionari.


Un dio africano per ogni santo. Gli haitiani associarono a ogni santo un dio africano, sviluppando il vudù come un misto di contenuti animisti e cristiani. In San Giacomo Maggiore, per esempio, con mantello rosso e con una sciabola in mano, gli schiavi riconobbero Ogun, spirito africano della guerra. Nella vergine Maria, Erzulia, dea dell’amore. Sotto il piede di San Patrizio scoprirono il serpente Damballah, divinità delle origini. Molto originale è anche la visione vudù secondo cui l’individuo ha due anime: il “piccolo angelo buono” e il “grosso angelo buono”. Il primo è legato alle funzioni vitali e con la morte va a riposare nell’oceano delle coste africane. Il secondo migra durante i sogni, la trance, o la pazzia. Nella trance da possessione, il grosso angelo buono cede il suo posto al loa e ritorna nel corpo quando questa finisce.

 

Il vudù è stato anche uno strumento per mantenere un potere dispotico: il dittatore Baby Doc Douvalier (deposto nel 1986) si dichiarava posseduto dal loa Baron Samedi, dio dell’Aldilà. E mandava i suoi squadroni della morte a prelevare e far sparire nel nulla i dissidenti politici, alimentando la credenza che la magia nera o addirittura il cannibalismo siano legati al vudù.

I riti di gruppo garantiscono che il posseduto non esageri nelle manifestazioni aggressive. Nei riti, la divinità che “scende” nel posseduto dà consigli ai presenti e rivela profezie sul futuro. | Sergi Reboredo/VWPics/Redux/contrasto

Magia? Legittima difesa. Nel vudù esistono feticci e pozioni magiche, ma solo come difesa dalla stregoneria, non ammessa dai rituali e per di più vietata espressamente dallo Stato. Ma sono proprio questi feticci a collegare il vudù di Haiti alle sue origini africane. Lo ha dimostrato una ricerca del Centro studi archeologia africana di Milano. In Togo, infatti, i feticci sono chiamati proprio vodu: sono sculture stilizzate di legno, di argilla o semplici cumuli di terra con una cavità riempita di particolari erbe. Questi oggetti contengono il dio. E ci sono i bo-vodu, i vodu automatici: caricati a dovere da un addetto ai feticci (feticheur) con formule magiche e il sacrificio di galline e vitelli, servono a controllare (o a provocare) malattie ed eventi nefasti.

 

Una sacerdotessa bagna con un po' d'acqua un uomo che porta due oche necessarie per un sacrificio durante una cerimonia Vudù nel Benin. Il pollame è usato spesso nei sacrifici perché costa poco rispetto ai vitelli, che sono più ambìti.
Nelle cerimonie si sacrificano galli, persino vitelli, e si cerca di provocare l’entrata di un loa, un dio, nel corpo di una o più persone. | Christophe Courteau/Nature Picture Library/contrasto

I vodu del Togo potrebbero dunque essere all’origine della possessione del vudù haitiano, anche se in Africa il dio più spesso si limita a entrare in un oggetto-feticcio. «Ma anche in Togo e in Benin si pensa, per esempio, che in un individuo risiedano più anime. Compresa quella di un antenato, che sfugge così alla morte spirituale. Il compito di identificare l’antenato spetta al sacerdote vudù, detto bokonoh: il riconoscimento dell’antenato avviene di solito da bambini, in base a somiglianze nell’aspetto o nel carattere» spiega Alessandra Brivio, antropologa del Centro studi archeologia africana. «Se ciò non avvenisse, l’antenato potrebbe reclamare la giusta attenzione colpendo con una malattia (fisica o mentale) un adulto che non aveva ancora preso atto della sua importante presenza».

 

Una vita al plurale. Conclude l’antropologo francese Marc Augé: «Ogni individuo, secondo questa tradizione, è “dentro” tutti gli altri. E l’antenato sopravvive solo nella discendenza. Di conseguenza, egli si preoccupa del culto che gli devono rendere i suoi successori, tormentandoli nel corpo e richiamandoli all’ordine, perché nella cultura africana c’è solo un’alternativa: vivere al plurale oppure morire soli».

05 Aprile 2016 | Franco Capone
Outbrain

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.