Focus

Un'anteprima del Wildlife Photographer of the Year 2020

Angoli di natura selvaggia e scorci condizionati dalla presenza umana: un ritratto onesto, delicato e spaventoso della vita animale sul Pianeta Terra.

I mesi di lockdown hanno fatto riaffiorare l'urgenza di un rapporto più frequente con la natura, una dimensione che da 56 anni è al centro del Wildlife Phographer of the Year, il concorso di fotografia naturalistica sviluppato e prodotto dal Natural History Museum di Londra. Per conoscere i vincitori dovremo aspettare fino al 13 ottobre, ma nel frattempo, godetevi una selezione degli scatti più notevoli ("Highly Commended") scelti tra oltre 49.000 scatti in gara.


Nella foto, una giovane volpe si mostra determinata a non lasciare al fratello la preda che ha miracolosamente catturato: un ratto recuperato da un cespuglio in un orto londinese, un trofeo conteso dall'intera cucciolata. In genere sono gli adulti a procurare la cena ai piccoli, soprattutto quando si tratta di ratti, un bottino non facile da rimediare. Prima di arrendersi, infatti, i ratti possono infliggere ferite profonde al muso delle volpi; quelle che riescono a coglierli di sorpresa li scuotono con violenza tenendoli stretti tra i canini, fino a stordirli del tutto. È più probabile che il roditore nella foto fosse già morto o in fin di vita quando è stato raccolto: proprio la predilezione per le "prede facili" rende spesso le giovani volpi vittime dei veleni per topi assorbiti dalle loro prede.

Makoto Ando, autore di questo scatto, stava fotografando una coppia di allocchi degli Urali (Strix uralensis) in una foresta dell'Hokkaido quando ha visto irrompere uno scoiattolo nell'inquadratura. L'intruso è apparso a sua volta sorpreso nel trovarsi davanti i rapaci, vigili e attenti anche in pieno giorno. Anziché darsela subito a gambe, il visitatore - una sottospecie di scoiattolo rosso eurasiatico endemica di quest'isola del Giappone - ha dato un'occhiata alla tana degli allocchi, sporgendosi prima dall'alto e poi di lato. A quel punto, accortosi dell'imprudenza, è fuggito sul ramo più vicino, dileguandosi nel bosco.

L'ultimo albero si erge solitario in un incendio fuori controllo nello Stato brasiliano di Maranhão, monumento alla stupidità umana. Come la maggior parte dei roghi intenzionali in Amazzonia, anche questo è iniziato per ripulire una porzione di foresta da destinare all'agricoltura o all'allevamento, per soddisfare la domanda mondiale di carne e di mangime animale a basso costo, di cui il Brasile è grande esportatore. Nell'anno della CoViD-19 l'Amazzonia non ha smesso di bruciare: nell'indifferenza generale e con il Brasile duramente colpito dalla pandemia, nella regione si sono registrati oltre 29.000 incendi, il secondo record peggiore degli ultimi 10 anni.

Premuroso e guardingo, un gaviale (Gavialis gangeticus) porta a spasso una folta nidiata di piccoli di appena un mese di vita, avuti da femmine diverse. I maschi di questi coccodrilli dell'Asia meridionale controllano un harem di sette o più partner, che conquistano soffiando bolle dal naso sott'acqua o emettendo suoni distinguibili anche a chilometri di distanza. Ci riescono grazie a una vistosa protuberanza rigonfia sulla punta del muso, che fa probabilmente da cassa di risonanza: un bitorzolo sviluppato soltanto dai maschi, che ricorda un tradizionale vaso indiano di terracotta chiamato ghara (da qui il nome gaviale). Le femmine nidificano l'una vicina all'altra, e i piccoli formano una sola, numerosa "nursery". La sopravvivenza di questi rettili è minacciata dagli interventi dell'uomo sui corsi d'acqua attraverso la costruzione di dighe, la deviazione dei fiumi e l'estrazione di sabbia, che modificano il loro areale di riproduzione e limitano le scorte di pesce. Oggi la specie è seriamente minacciata di estinzione, con solo 650 esemplari adulti rimasti.

Un tempo al posto di questa desolante distesa di catrame sorgeva una parte di foresta boreale. Ora gli alberi hanno lasciato spazio alla Mildred Lake Tar Mine, una delle miniere di sabbie bituminose della provincia canadese dell'Alberta, tra le principali riserve mondiali di petrolio. Il fotografo canadese Garth Lenz ha scelto di sorvolare l'area in aereo all'ora del crepuscolo, per catturare la devastazione del paesaggio. Sullo sfondo, dietro a depositi gialli di zolfo, si intravede una raffineria, e dietro ancora il fiume Athabasca. La fanghiglia derivante dall'estrazione di petrolio da queste rocce sedimentarie è talmente tossica da impedire alla vita animale di popolare questi luoghi. Le miniere, che servono principalmente il mercato statunitense, impattano sul territorio tre volte: dapprima, con la distruzione degli ecosistemi naturali che un tempo assorbivano e immagazzinavano carbonio; poi, attraverso l'inquinante processo di estrazione, infine con le massicce emissioni di CO2 rilasciate da questi combustibili.

Una coppia di pulcinella di mare (Fratercula arctica), sembra posare apposta per un ritratto. Evie Easterbrook, la giovane autrice dello scatto premiato nella categoria riservata ai fotografi tra gli 11 e i 14 anni, è rimasta a lungo accanto alla tana (proprio così!) dei pennuti, che nidificano in cunicoli scavati sottoterra in mezzo al verde, spesso riciclando rifugi abbandonati dai conigli. La foto è stata catturata nell'arcipelago della Farne, piccole isole al largo della contea più settentrionale dell'Inghilterra, dove ogni primavera nidificano più di 100.000 coppie stabili di pulcinella. Questa livrea lucida e vivace, con il piumaggio attorno agli occhi colorato di nero e la brillante colorazione delle placche cornee che costituiscono il becco, è tipica della stagione degli amori.

Una famigliola di tricosuri volpini (Trichosurus vulpecula), marsupiali notturni australiani grandi come gatti, fa capolino dal tetto della doccia di un campeggio dell'Australia occidentale. Non è raro imbattersi in questi mammiferi opportunisti nelle aree urbane o in ambienti naturali fortemente modificati dall'uomo. In natura il tricosuro, un tipo decisamente adattabile, vive nelle cavità degli alberi, ma negli ambienti antropizzati fa irruzione negli orti e anche nelle cucine, per sottrarre foglie, frutti, semi, germogli o prodotti di origine animale (uova, insetti, piccoli vertebrati). I due nella foto hanno aspettato di avere campo libero per avventarsi su alcune vicine piante di menta.

Ogni anno 300.000 uccelli marini, inclusi 100.000 albatross, finiscono vittime dei palangari o palamiti, strumenti per la pesca industriale costituiti da un lungo cavo con inseriti spezzoni più sottili, ciascuno dei quali recante un amo. La lenza principale può estendersi anche per 80 km e ospitare migliaia di esche: quando queste affiorano in superficie attirano gli uccelli marini, che trovano la morte provando a staccare i pesci dagli ami. Questa triste foto documenta il numero (inaccettabile, ma relativamente basso rispetto al passato) di albatross uccisi dai palamiti di alcuni pescherecci giapponesi al largo del Sudafrica. Negli ultimi anni si è diffusa una maggiore attenzione all'avifauna marina: grazie ad alcuni accorgimenti, come la scelta di esche più pesanti, che vanno a fondo più velocemente, o l'uso di bandiere spaventapasseri lungo i cavi, il numero di uccelli che fanno questa fine si è notevolmente ridotto.

I mesi di lockdown hanno fatto riaffiorare l'urgenza di un rapporto più frequente con la natura, una dimensione che da 56 anni è al centro del Wildlife Phographer of the Year, il concorso di fotografia naturalistica sviluppato e prodotto dal Natural History Museum di Londra. Per conoscere i vincitori dovremo aspettare fino al 13 ottobre, ma nel frattempo, godetevi una selezione degli scatti più notevoli ("Highly Commended") scelti tra oltre 49.000 scatti in gara.


Nella foto, una giovane volpe si mostra determinata a non lasciare al fratello la preda che ha miracolosamente catturato: un ratto recuperato da un cespuglio in un orto londinese, un trofeo conteso dall'intera cucciolata. In genere sono gli adulti a procurare la cena ai piccoli, soprattutto quando si tratta di ratti, un bottino non facile da rimediare. Prima di arrendersi, infatti, i ratti possono infliggere ferite profonde al muso delle volpi; quelle che riescono a coglierli di sorpresa li scuotono con violenza tenendoli stretti tra i canini, fino a stordirli del tutto. È più probabile che il roditore nella foto fosse già morto o in fin di vita quando è stato raccolto: proprio la predilezione per le "prede facili" rende spesso le giovani volpi vittime dei veleni per topi assorbiti dalle loro prede.