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Sui cerchi delle fate aveva ragione Turing?

Le teorie di Alan Turing sulla natura dei cosiddetti "cerchi delle fate" trovano conferma in uno studio effettuato sugli anelli erbosi in Australia.

Cerchi delle fate in Namibia
Fino a qualche anno fa, si pensava che i cerchi delle fate esistessero solo nel deserto della Namibia, in Africa. | Felix Lipov | Shutterstock

Si è a lungo dibattuto sulla natura dei cosiddetti cerchi delle fate, cerchi molto ben delimitati di terreno, quasi fossero tracciati col compasso, che si formano in particolari circostanze in alcune zone aride e sabbiose del Pianeta. Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Ecology, fa un passo indietro rispetto alle ipotesi avanzate negli anni passati (in realtà più dubbi che ipotesi) e riprende un modello degli anni Cinquanta del secolo scorso, proposto dal matematico e biologo teorico Alan Turing.

Il disturbo crea ordine. Secondo la teoria di Turing (che spiegherebbe anche l'anomalia delle striature delle tigri e le macchie dei leopardi), quando tra due o più sostanze, che interagiscono tramite il meccanismo di reazione-diffusione, intervengono degli elementi di disturbo casuali, possono crearsi delle strutture ripetute e regolari. Nel caso dei cerchi delle fate l'elemento di disturbo sarebbe la mancanza di acqua.

Ingegneria verde. Gli scienziati, per confermare l'applicabilità di questa teoria al caso dei cerchi delle fate, hanno effettuato degli studi sul campo, analizzando gli anelli erbosi che crescono in Australia, in particolare in una piccola zona a est della città di Newman. Secondo quanto rilevato dalla ricerca, questi modelli regolari di vegetazione sarebbero la risposta della Natura a una carenza d'acqua: i cerchi di erba fungerebbero da "eco-ingegneri", e modificherebbero l'ambiente ostile e arido nel quale si trovano permettendo all'ecosistema di funzionare. «È incredibile immaginare in che modo l'erba progetta l'ambiente in cui vive», afferma Stephan Getzin, uno degli autori dello studio: «senza la capacità organizzativa della vegetazione, quest'area sarebbe un deserto.»

 

10 ottobre 2020 | Chiara Guzzonato