Natura

Sacchetti in plastica: la nuova direttiva della UE

La Commissione Europea chiede regole nuove per scoraggiare l'uso dei sacchetti in plastica. In bilico tra crisi economica e attenzione all'ambiente gli italiani hanno fatto qualche passo in avanti nella raccolta differenziata, ma c'è ancora molto da fare.

In sintesi

# Per la UE, i mari europei sono un ricettacolo di rifiuti
# Le borse in plastica non compostabile finiscono in mare
# La UE chiede di scoraggiare l'uso di sacchetti in plastica
# Nel 2010 ogni italiano ha usato un sacchetto ogni due giorni (181 sacchetti pro-capite)
# Nel 2012 è migliorata la percentuale di recupero e riciclo delle plastiche (ma non basta)
# In dettaglio, che cosa va per davvero gettato nella plastica
# In dettaglio, il PET come esempio virtuoso del ciclo recupero/riciclo

Lunedì 4 novembre la Commissione Europea ha adottato una proposta di Legge che obbliga gli Stati membri a scoraggiare l'uso delle borse di plastica (gli shopper) in materiale leggero. In Italia la regolamentazione per i sacchetti in plastica non compostabile doveva entrare in vigore il 1° gennaio 2010 insieme ad altri provvedimenti (vedi anche Gli shopper vanno a morire), ma è stata prima rinviata e poi bloccata da una procedura di contestazione in sede europea.

Al provvedimento, contenuto nel comma 1130 della Finanziaria 2007, erano infatti seguite regole per lo spessore dei sacchetti che sono ancora oggi oggetto della contestazione. Tuttavia già all'origine la nostra Legge non dava indicazioni né sui tempi della transizione né sulle sanzioni per i trasgressori (produttori, commercianti, negozianti, grande distribuzione...). Analoghe situazioni in diversi Paesi hanno infine indirizzato la Commissione Europea a prendere atto delle differenze di risultati ottenuti nel territorio della UE e a definire un nuovo percorso di riduzione/messa al bando per i sacchetti non compostabili, ossia quelli che usiamo per la nostra spazzatura non riciclabile e che finiscono nell'indifferenziato. Ora è compito dei singoli Stati colmare le lacune e lavorare nella direzione dell'uniformità delle regole.

Una fotografia di ciò che accade nel nostro Paese la dà Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio ed il recupero degli imballaggi in plastica: malgrado la crisi economica, che nei fatti significa minori consumi e perciò meno imballaggi in circolazione, la raccolta differenziata degli imballaggi è aumentata nel 2012 del 5,5% rispetto rispetto al 2011, per un totale di 11,6 kg pro-capite (in media) nell'arco dell'anno. È migliorata anche l'efficienza del ciclo recupero/riciclo, con solo il 2% del materiale differenziato finito poi in discarica (era il 4% nel 2011; dati: Corepla, Sintesi dei risultati di gestione 2012).

Tutto ciò è riferito al "territorio nazionale", l'Italia intera, dove ci sono province e comuni virtuosi e altri meno, e anche situazioni decisamente vergognose, come quella della Terra dei Fuochi, in Campania, dove però le questioni sul tavolo certo non sono di educazione o di abitudine alla raccolta differenziata.

In generale c'è dunque nel nostro Paese una sensibilità crescente per il corretto smaltimento dei rifiuti. È un buon risultato da migliorare ancora, perché chili, tonnellate o percentuali non sempre sono la misura giusta per inquadrare bene le questioni ambientali correlate al nostro stile di vita. Nei commenti alla direttiva del 4 novembre, la Commissione Europea valuta infatti che i sacchetti (in particolare) "sfuggono ai flussi di gestione dei rifiuti e si accumulano nell'ambiente, dove possono resistere per centinaia di anni, soprattutto sotto forma di rifiuti marini. [...] Si stima che nel 2010 siano stati immessi nel mercato dell'UE 98,6 miliardi di sacchetti di plastica [...] Le cifre sul consumo di sacchetti indicano grandi differenze tra gli Stati membri: si va dai 4 annui pro-capite di Danimarca e Finlandia, ai 466 di Polonia, Portogallo e Slovacchia. L'Italia è in una posizione intermedia, con 181 sacchetti annui pro-capite".

Da una parte l'obiettivo resta perciò quello di ridurre l'uso di questi prodotti, dall'altro quello di recuperare al meglio le materie plastiche in generale, e su questo Gianluca Bertazzoli, di Corepla, si mostra ottimiista: «Per il 2013 prevediamo risultati migliori rispetto al 2012: dalle nostre elaborazioni sui dati di quest'anno, abbiamo un 14-15% in più, come media nazionale, per la differenziata della plastica.»

Se avete davanti una bottiglia in PET (polietilene tereftalato), di uso comune per bibite e acque minerali, è probabile che sia composta per una buona percentuale di R-PET, ossia PET riciclato. Questo polietilene è infatti particolarmente adatto al riutilizzo anche per contenitori di nuovo destinati al contatto con alimenti.

A valle della raccolta differenziata il recupero del polietilene avviene grazie a impianti di lavorazione ad hoc che lo riportano allo stato di materia prima, priva di contaminanti: la Legge italiana consente l'uso di R-PET per contenitori per alimenti (bottiglie, vaschette, blister eccetera) nella misura massima del 50% del materiale necessario alla realizzazione del singolo prodotto.

Dove invece l'R-PET non deve stare a contatto con alimenti non ci sono limiti imposti, e la stessa plastica che avete usato per bere o mangiare un piatto pronto - se correttamente differenziata - potete ritrovarla nelle sedie (125 bottiglie per farne una), nei maglioni in pile (27 bottiglie), nelle lampade e in migliaia di altri prodotti.

L'infografica qui a fianco illustra in dettaglio il ciclo di vita delle bottiglie d'acqua, dai granuli di PET alle nuove bottiglie in R-PET.

5 novembre 2013 Raymond Zreick
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