Come il riscaldamento globale porta il gelo sugli Stati Uniti

Un lungo periodo di freddo intenso negli Usa orientali ha spinto alcuni potenti (che non conoscono la differenza tra meteo e clima) a negare la realtà del riscaldamento globale. La realtà, però, è un'altra.

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Giorni e giorni di temperature estremamente basse hanno colpito gli Stati Uniti (e l'Europa nord-occidentale) nei primi giorni di gennaio, e il gelo non accenna ad allentare la sua morsa. Questo ha indotto alcuni, in particolare il presidente degli Stati Uniti, a deridere quelli che ritengono il riscaldamento del pianeta una realtà. Quali sono le spiegazioni di questo curioso fenomeno? Perché su un pianeta che si riscalda alcune zone possono diventare così fredde? Questo non smentisce il global warming?

 

Fake tweet? I climatologi fanno notare che gli errori nel famigerato commento su Twitter del presidente Trump sono molteplici. Primo, un periodo di freddo di alcuni giorni sugli Usa (o altrove) è un fenomeno meteorologico, e la meteorologia spiega quanto accade in un momento limitato nel tempo (e nello spazio).

 

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Le temperature sopra gli Stati Uniti e l'Europa il 5 gennaio 2018. | Climate reanalizer/Università del Maine

Secondo: il cambiamento climatico globale è invece una teoria (scientifica) che spiega quanto accade e accadrà all'intero pianeta nell'arco di 150 anni o più. Di questi fatti tratta la climatologia, non la meteorologia. Mentre infatti sulla costa orientale degli Stati Uniti le temperature arrivavano a quasi -40 °C, la costa occidentale sta ancora cercando di riprendersi dagli effetti di spaventosi incendi che hanno colpito in particolare la California.

 

In molte altre parti del mondo, Alaska e Siberia comprese, le temperature sono decisamente più elevate: in particolare, nelle zone artiche si sono registrate temperature di circa 3,4 °C superiori alla media. In generale, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, il 2017 è stato l’anno più caldo senza il fenomeno di El Niño da quando le temperature sono misurate.

 

E allora perché? La spiegazione di un fenomeno così particolare sta nel cosiddetto vortice polare: questo fenomeno è una specie di anello continuo di venti in quota che circondano il Polo Nord e “trattengono” alle alte latitudini l’aria più fredda. In seguito al riscaldamento, e forse alla fusione dei ghiacci polari, questo vortice comincia a rallentare e quindi a disegnare onde più profonde e ampie, che possono anche spezzarsi (vedi immagine sotto). Queste onde più profonde causano un’irruzione di aria polare verso latitudini più basse e di aria più temperata verso nord.

 

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Il vortice polare si indebolisce (il circolo azzurro) e lascia scivolare verso sud l’aria artica. Anche le correnti a getto (le onde blu) diventano più deboli e l’aria più calda (frecce rosse) si spinge a nord. L’aria polare, densa e fredda, penetra verso sud e si blocca sugli Stati Uniti. L’aria più calda sale e si ferma sull’Europa. Per approfondire: dove sono finite le stagioni? (pdf dal Dossier Focus 269)

 

Il vortice polare a sua volta influenza l’andamento delle cosiddette correnti a getto (jet stream), flussi d’aria molto veloci e ad altitudini elevate: le correnti a getto, a contatto con le perturbazioni, governano il clima.

Anche in Europa. Lo stesso fenomeno è avvenuto sopra l’Europa e l’Asia settentrionale, come spiegato da un articolo di Marlene Kretschmer e altri del Potsdam institute of climate impact research. L’articolo dimostra come l’indebolimento del vortice polare è un fenomeno persistente, che si è rafforzato ormai da qualche decennio, e che è molto probabilmente collegato a inverni freddi sul nostro continente, anche se non così gelidi come negli Usa (qui un riepilogo dell'articolo, in inglese):

“negli ultimi quarant'anni questi eventi meteo, particolarmente rigidi, innescati dai forti venti artici, sono diventati più persistenti, più lunghi”

Una conferma che, anche se i meccanismi non sono del tutto compresi, il riscaldamento anomalo dell’Artico e dell'intero pianeta ha impatti importanti sul clima della Terra - che non si cura nemmeno dei tweet del presidente degli Usa.

 

 

05 Gennaio 2018 | Marco Ferrari