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Quanto sopravvivono i semi sepolti sotto al permafrost?

In una miniera delle Svalbard si studia la capacità di sopravvivenza di alcuni semi a svariati gradi sotto zero

Longyearbyen
La miniera di Longyearbyen | GTW / Shutterstock

Prima della Global Seed Vault c'era la miniera di Longyearbyen. Di cosa stiamo parlando? Di uno dei più importanti archivi genetici del mondo e del suo "spin-off". Istituita nel 2008 nell'isola norvegese di Spitsbergen, la Global Seed Vault è un bunker sotterraneo dove vengono conservati, a -18 °C di temperatura, oltre un milione di semi, appartenenti a piante coltivate per produrre cibo e che rappresentano più di 10.000 anni di storia dell'agricoltura.

 

La miniera di Longyearbyen, invece, è la sede di un progetto più modesto ma altrettanto importante, volto a valutare le capacità di sopravvivenza di alcune sementi in condizioni di freddo estremo. Ora, per la prima volta da dieci anni, la miniera è stata aperta per un controllo, e i risultati sono raccontati in un rapporto pubblicato da NordGen, l'organizzazione norvegese che gestisce la Seed Vault.

La miniera numero 3. Era il 1986 quando NordGen diede inizio all'"esperimento dei cento anni": 41 semi appartenenti a 17 specie diverse (tutte importanti fonti di cibo nelle zone artiche) vennero chiusi in contenitori di metallo e "sepolti" in una miniera in disuso, protetti dal permafrost sovrastante e a una temperatura di circa -3 °C (molto più alta, dunque, di quella della Seed Vault). La miniera è stata di recente riaperta (come avviene ogni dieci anni circa), e con lei i contenitori, per controllare come se la stiano passando i semi: i risultati non sono del tutto rassicuranti, perché se è vero che la maggior parte dei semi hanno mantenuto la maggior parte della loro fertilità, altri l'hanno vista crollare.

 

Orzo sì, segale no. I semi di orzo, per esempio, hanno mantenuto l'89% del loro potere germinativo, mentre al contrario la segale è crollata al 49%. È soprattutto la finestra temporale che colpisce: i semi che hanno perso fertilità l'hanno fatto molto rapidamente negli ultimi dieci anni, dopo vent'anni di sostanziale equilibrio.

 

Secondo i responsabili del progetto, però, era prevedibile che a soffrire di più fossero i semi che contengono più acqua, visto che per conservarli bisogna essiccarli. Né c'è alcun collegamento con l'aumento della temperatura nella miniera, che negli ultimi trent'anni è salita di 1 °C; NordGen aggiunge però che se il permafrost sovrastante dovesse effettivamente cominciare a sciogliersi potrebbero cominciare i problemi veri (e non solo per i semi della miniera, aggiungiamo noi).

 

27 marzo 2020 | Gabriele Ferrari