Natura

Il pessimo stato del Calderone, il ghiacciaio che non c'è più

Abbiamo seguito una spedizione sul corpo glaciale più a sud d'Europa: il Calderone, sul Gran Sasso, nel cuore degli Appennini. Pur ridotto, spezzato e "declassato", resiste grazie alla neve abbondante e... a una coperta di roccia. Ora gli scienziati hanno recuperato un campione del suo ghiaccio più profondo, per analizzarlo e conservarlo.

Siamo in una conca candida, coperta di neve e dominata dal Corno Grande: la cima più alta del Gran Sasso, con i suoi 2.912 metri, in Abruzzo. Sotto i nostri piedi, coperto dal manto nevoso accumulato in inverno, c'è l'ultimo ghiacciaio degli Appennini. «È il corpo glaciale più a sud d'Europa (se escludiamo il Caucaso, ai confini con l'Asia, dove qualche corpo glaciale più meridionale rimane), dopo che abbiamo già perso tutti quelli più meridionali, nella penisola iberica e nel Kosovo», ci spiega Fabrizio de Blasi, ricercatore dell'Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isp).

«È stato comunque declassato da ghiacciaio a glacionevato», continua de Blasi «perché non ha più il movimento verso valle dei ghiacciai, che accumulano massa nella parte più alta e la trasferiscono a valle. Il Calderone è ormai fermo, si è anche frammentato in due porzioni nel 2000. Eppure continua a resistere, anche alle estati calde che ormai abbiamo. Per due motivi: il grande accumulo di neve, che a maggio può arrivare anche a 7-8 metri, grazie alle abbondanti nevicate invernali a cui si unisce la neve che cade dalle pareti della montagna e quella portata dal vento. E la presenza di una sorta di coperta termica: il ghiaccio è protetto da una spessa coltre di detriti che lo isola da calore e raggi solari». 

Una vista del Calderone. © Riccardo Selvatico per Cnr-Isp e Università Ca’ Foscari Venezia

Missione recupero. Eccoci allora in questo lembo di ghiaccio che resiste alle estati sempre più lunghe e torride, a quel riscaldamento globale che sta facendo fondere i ghiacciai in tutto il mondo. Stiamo seguendo una missione per recuperare un campione di ghiaccio dalle profondità del Calderone.

La missione è organizzata da Cnr-Isp e Università Ca' Foscari Venezia, in collaborazione con Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Università di Padova, mentre il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha messo a disposizione mezzi e personale per trasportare i ricercatori e tutte le attrezzature a 2.600 m sul Calderone.

La missione fa parte del progetto Ice Memory, che noi di Focus seguiamo da anni: il recupero di campioni dai ghiacciai montani minacciati dal global warming e la loro conservazione in un "archivio" che nascerà in Antartide. «Perdere un ghiacciaio significa, oltre a perdere una preziosa riserva di acqua, anche perdere le informazioni sul clima e l'ambiente del passato immagazzinate nel ghiaccio. Non possiamo purtroppo conservare un intero ghiacciaio, ma possiamo conservarne la "memoria", ovvero un campione. Per questo abbiamo voluto recuperare una carota dal Calderone, così particolare e in pericolo», spiega Jacopo Gabrieli, ricercatore del Cnr-Isp e coordinatore sul campo della missione.

La prospezione con il radar: permette di fare una sorta di fotografia delle profondità del ghiacciaio. © Riccardo Selvatico per Cnr-Isp e Università Ca’ Foscari Venezia

Sempre più sottile. «Da circa trent'anni ho la fortuna di monitorare questo ghiacciaio e l'ho visto perdere almeno una decina di metri di spessore. Sopra la nostra testa a fine '800 c'erano 70-80 metri di ghiaccio. Negli anni '90 era un unico ghiacciaio; ora si è frammentato in due glacionevati e l'area totale è diminuita del 60%», racconta Massimo Pecci, ricercatore del Cnr e del Comitato glaciologico italiano.

«In inverno è coperto dalla neve, che qui è particolarmente abbondante. In estate appare come una pietraia con qualche chiazza di neve: questa coperta di detriti, che qui sono di colore chiaro, lo isola dalla radiazione solare. Il ghiacciaio si è "rintanato" nelle zone più protette del circolo – in questa parte della montagna esposta a settentrione – e resiste. Nonostante la temperatura in costante aumento e pur essendo in grande sofferenza. Quanto durerà? Non ci è dato saperlo, con i livelli di fusione che avevamo registrato attorno al 2000 pensavamo che solo per miracolo sarebbe arrivato a oggi e invece...».

Passaggi radar. Nella prima parte della missione, i ricercatori hanno esaminato il Calderone con diverse tecniche che hanno permesso di stabilire la profondità massima del ghiaccio e il punto migliore in cui effettuare la perforazione. Una delle analisi è stata la prospezione radar. «Questo è un radar da esplorazione: emette onde elettromagnetiche e ne ascolta gli echi di ritorno. L'analisi dei tempi di percorrenza di questi impulsi mi permette di ricostruire lo spessore degli strati sottostanti di neve, ghiaccio, roccia, e anche la loro morfologia», spiega Stefano Urbini dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

Lo strumento viene fatto scivolare sopra la neve, trainato come uno slittino, "fotografando" così la sezione del ghiacciaio lungo il suo percorso. E, dall'elaborazione dei dati, emerge una ricostruzione nitida delle profondità del Calderone: uno strato di detriti in superficie, poi una parte di ghiaccio misto a pietre, poi ghiaccio pulito. «Con questo strumento si possono esaminare i ghiacciai montani, per esempio seguendo quanto si assottigliano, mentre con radar trasportati da elicotteri o aerei si possono analizzare anche le calotte più spesse, come in Antartide».

 

Una gru volante. Poco lontano, i ricercatori dell'Università di Padova camminano sulla neve trasportando due curiosi cerchi di plastica. «Sono le antenne dello strumento», ci spiega Jacopo Boaga, docente di geofisica all'Università di Padova. «È un elettromagnetometro. Creiamo campi elettromagnetici che si disperdono nel sottosuolo, la cui risposta ci dà informazioni sulle sue proprietà elettriche. In questo caso il ghiaccio non si fa attraversare dalla corrente, mentre la roccia è molto meno resistiva. Sfruttiamo queste diverse proprietà elettriche per cercare il confine tra i due elementi, dunque la presenza del ghiaccio e il suo spessore. Più distanti sono le due bobine, più riusciamo ad andare molto in profondità nel suolo. Ci sono anche strumenti di questo tipo molto piccoli che sono usati per esempio in agricoltura per cercare tubazioni».

Scelto con le analisi geofisiche il punto preciso in cui effettuare la perforazione, è stata portata qui la macchina carotatrice: un colosso da 4,5 tonnellate trasportato in volo dalla "gru volante" del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, l'elicottero Erickson Air Crane S-64. Con essa è stata estratta una carota di ghiaccio (in cui sono stati trovati, oltre a rocce negli strati più superficiali, anche tracce di vegetali e insetti). È il primo campione di ghiaccio profondo del Calderone, ora a disposizione degli scienziati per le analisi e per essere in parte conservato in Antartide con il progetto Ice Memory.

28 maggio 2022 Giovanna Camardo
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