Ambiente

L'Italia al caldo: avremo un'agricoltura tropicale?

Eventi meteo estremi, siccità, piogge violente: il rapporto dell'Ipcc sui cambiamenti climatici disegna un quadro preoccupante per il Mediterraneo. Con quali conseguenze per la nostra agricoltura?

Ne abbiamo parlato con Carlo Carraro, rettore dell'Università Cà Foscari di Venezia e direttore dell'International Center for Climate Governance.

«Del Quinto rapporto dell'Ipcc è stato finora pubblicato il primo volume, che non approfondisce le analisi a scala regionale né tratta delle future politiche per fare fronte ai cambiamenti climatici. Questi sono i temi del secondo e del terzo volume», che trattano dell'impatto del riscaldamento globale sul pianeta e delle politiche di mitigazione suggerite e che saranno pubblicati in marzo e in aprile dell'anno prossimo. Da quello che è già stato pubblicato, però, e dalle anticipazioni sul secondo volume si possono dedurre molte cose sul futuro del Mediterraneo e del nostro Paese in particolare.

# Quinto rapporto dell'Ipcc, vol. 1 (pdf, 2.216 pagine, in inglese) # Quinto rapporto dell'Ipcc, vol. 1, Sommario per i decisori politici (pdf, 36 pagine, in inglese) # Il Quinto rapporto dell'Ipcc su Focus.it

Il mondo tra vent'anni. Cosa dunque potrebbe accadere all'Italia nel breve e nel lungo periodo? «Nel breve, che vuol dire nei prossimi dieci o vent'anni, l'impatto maggiore è uno spostamento della distribuzione di probabilità degli eventi gravi». Ciò significa che le catastrofi, che una volta accadevano in media ogni cinquant'anni, avverranno invece più spesso: frane, inondazioni, siccità e ondate di calore colpiranno il nostro Paese più frequentemente, ogni dieci o vent'anni. In particolare, se siccità e piogge forti e improvvise saranno più frequenti, avranno conseguenze terribili in un territorio fragile come quello italiano, che oltretutto in alcune aree è devastato da uno sviluppo senza vincoli. I terreni, soprattutto quelli agricoli, saranno sottoposti a uno stress maggiore. «Il clima, invece, rimarrà più o meno quello che conosciamo oggi», afferma Carraro, «pur con eventi estremi più frequenti».

In momento di crisi come quelli che stiamo vivendo, si dice che l'Italia non possa permettersi interventi economici gravosi come sono quelli di adattamento al riscaldamento globale. In realtà, afferma Carraro, interventi di protezione delle coste o salvaguardia dei terreni agricoli riducono il debito invece di aumentarlo. È un investimento di oggi che può evitare un danno domani.

La produzione agricola, in seguito a questi cambiamenti, sarà in difficoltà: un periodo di lunghe piogge, seguito da lunghe siccità, sarà decisamente negativo per tutte le colture. Il primo effetto dell'incremento della temperatura sarà lo spostamento delle produzioni; alcune coltivazioni oggi possibili nel Sud Italia, lo saranno meno e dovranno essere spostate verso regioni più settentrionali. A meno che non si investa in reti di distribuzione dell'acqua, che a sua volta diverrà una risorsa scarsa.

Nelle nostre mani. «L'orizzonte temporale più lontano è più difficile da determinare», prosegue Carraro, «perché molto dipende da noi. Nel lungo periodo le conseguenze del riscaldamento potrebbero essere contrastate da politiche di adattamento e da tecnologie ben pensate.» Le ondate di calore e le siccità possono essere neutralizzate nelle città da edifici pensati e costruiti in modo diverso, e nelle campagne grazie sementi diverse e sistemi di irrigazione con molti meno sprechi, con un uso maggiore dell'acqua desalinizzata. «Soprattutto», conclude Carraro, «è necessario essere preparati, per esempio con un'agricoltura meno intensiva in termini di uso dell'acqua o lo sviluppo di sementi resistenti; sono piccole misure che già oggi si potrebbero adottare per proteggerci.»

4 ottobre 2013 Marco Ferrari
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