Le vespe si riconoscono guardandosi in faccia: un'evoluzione rapidissima

La straordinaria capacità di alcune vespe di identificare propri simili guardandoli in faccia è maturata rapidamente, in poche migliaia di anni.

Le Vespe cartonaie americane.
Le Vespe cartonaie americane possono riconoscere i propri simili guardandoli in faccia. | Cornell University
Le vespe cartaie americane (Polistes fuscatus) riescono a riconoscersi guardandosi in faccia. Un'abilità abbastanza diffusa fra i vertebrati, ma molto rara negli insetti. Una capacità cognitiva che è emersa in tempi (relativamente) brevi: poche migliaia di anni.
 
I ricercatori della Cornell University hanno voluto indagare più a fondo e capire come e perché questa straordinaria abilità si sia sviluppata. Hanno quindi confrontato il genoma delle Polistes fuscatus con quello di due specie di vespe simili alla ricerca di selezione positiva. In altre parole, hanno cercato un pezzo di DNA presente solo nelle Polistes fuscatus, lungo e con poche variazioni. Una stringa di DNA molto simile in tutti gli individui della stessa specie è la traccia di un cambiamento rapido e recente, e solo mutazioni che danno un grande beneficio alla specie possono diffondersi così in fretta.
 
La vespa cartaia americana.
La vespa cartaia americana. | Cornell University

Beata intelligenza. E, in effetti, i ricercatori hanno trovato un segmento di DNA con queste caratteristiche che riguarda la visione, l'apprendimento e la memoria. Questa è la prova che l'incremento di intelligenza ha portato un grande vantaggio evolutivo. Secondo i ricercatori, il vantaggio sta nell'evitare che le regine dello stesso sciame combattano fra loro più volte. Un meccanismo sociale di cui avevamo già parlato qui.

 

Evoluzione preferenziale? «La conclusione più sorprendente», ha commentato Michael Sheeha, coinvolto nella ricerca, «è che la recente selezione naturale di queste vespe non ha compiuto adattamenti al cambiamento climatico o alla ricerca di cibo, bensì ha migliorato il modo in cui interagiscono le une con le altre. Questo è molto profondo».

 

5 febbraio 2020 | Davide Lizzani