Natura

Belli, sani e contaminati

Dove finiscono dentifrici, creme e saponi? Nell'acqua: dallo scarico del water o dalla doccia un fiume di principi attivi finisce in acqua, nelle falde superficiali e sui prodotti agricoli.

Ansiolitici a Varese

[...] Nelle acque lombarde e nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda, nonché negli acquedotti di Varese e Lodi, sono stati trovati antibiotici, antitumorali, antinfiammatori, diuretici... ansiolitici e anticolesterolo nelle acque potabili di Lodi; tracce di ansiolitici a Varese... (da SOS Pipì, di Amelia Beltramini su Focus 197: scarica il pdf)

Dove vanno a finire dentifrici, creme e saponi? E i farmaci? Le droghe, i conservanti? Nell'acqua: dallo scarico del water, dalla doccia, dalla lavastoviglie, il loro carico di prodotti chimici e principi attivi finisce nei fiumi, in mare, nei laghi, nelle falde superficiali e nelle acque di irrigazione. Oggi nuovi studi confermano conseguenze allarmanti, in particolare, sulla sessualità e sul sistema riproduttivo di pesci e anfibi. Hanno le stesse conseguenze su di noi? Possiamo fare a meno di queste sostanze?

Dal 2008 un gruppo di ricercatori della Washington State University (Seattle, Usa) misura la concentrazione di spezie nell'acqua del Pacifico davanti alla città e ha scoperto che varia a seconda delle occasioni: c'è un picco di timo e salvia nel Giorno del Ringraziamento, quando si insaporisce il tacchino; cioccolato e vaniglia aumentano a ogni weekend, dopo i party; il cinnamomo è tipico del lungo inverno, quando ci si consola con i dolci; mentre ogni Quattro Luglio si impenna l'aroma di caramello dei popcorn.

Non è l'ennesima ricerca assurda da candidare all'IG Nobel: il senso del lavoro, riportato anche dal National Geographic, è dimostrare come ogni nostro gesto quotidiano ha un effetto sugli ecosistemi acquatici perché lì finiscono i residui di tutte le attività umane. Se questo è un concetto risaputo, la novità è che oggi gli scienziati hanno a disposizione nuove tecnologie di analisi in grado di annusare sostanze presenti nell'acqua anche in piccole tracce. E finché si parla di aromi da cucina va tutto bene, ma nell'acqua di mari e fiumi si trovano purtroppo anche tracce chimiche di conservanti, cosmetici, farmaci e droghe.

Gli esperti li chiamano PPCP (Pharmaceuticals and Personal Care Pollutants, ovvero inquinanti da farmaci e cosmetici): una gamma di prodotti che comprende creme per il corpo, medicinali, conservanti alimentari, disinfettanti, filtri solari, aromi artificiali... Ossia un assortimento molto ampio di sostanze tra loro anche molto diverse che tuttavia condividono alcune "caratteristiche": sono contenute in migliaia di prodotti che troviamo anche sugli scaffali dei supermercati; sono sostanze molto attive sul metabolismo degli esseri viventi; sono difficili da individuare perché diluite migliaia di volte più dei "tradizionali" inquinanti; non vengono filtrate dalla maggior parte degli attuali depuratori, progettati per fermare inquinanti più grossolani.

Nei nostri fiumi si registrano problemi come l'esplosione di anomalie sessuali in pesci e crostacei, con tutti i rischi che ciò comporta a livello riproduttivo, ma valutare l'effetto sugli organismi acquatici dell'esposizione cronica a basse dosi di cocktail chimici è molto complesso.

Nel 2009 Luigi Viganò (primo ricercatore all'IRSA-CNR) pubblicava sul giornale dell'Arpa Emilia Romagna Il rischio da interferenti endocrini nel fiume Po, dove, citando enti e organizzazioni internazionali, affermava che «la letteratura scientifica sta descrivendo una casistica sempre più ampia di inquinanti che possono interferire con il normale funzionamento del sistema endocrino di numerose specie di organismi viventi, uomo compreso...». In questo caso si parla di distruttori (o interferenti) endocrini, ossia composti che anche a piccole dosi possono "sballare" il sistema ormonale degli organismi, soprattutto quelli acquatici, perché particolarmente sensibili. Sospettati sono i fitofarmaci utilizzati massicciamente in agricoltura, ma anche sostanze, al contrario, "insospettabili", come farmaci e cosmetici.

Il verdetto finale su questi prodotti arriverà nei prossimi anni, ma già non mancano studi inequivocabili. Ci sono, per esempio, due ricerche - una coreana, l'altra cinese - che dimostrano i danni riproduttivi al pesce del riso (Oryzias latipes) arrecati dall'ibuprofene, un comune antidolorifico da banco. Un'altra, statunitense, dimostra l'effetto sul sistema endocrino della rana toro (Lithobates catesbeianus) del triclosan, un antibatterico e conservante per cosmetici [LINK 9] e un'altra ancora, svizzera, fa il punto sulle alterazioni provocate da 9 comuni filtri UV per creme solari.

Antinfiammatori e conservanti modificano i comportamenti riproduttivi di alcuni pesci (Nature 2010) e, mutazioni sessuali a parte, uno studio tedesco descrive i danni a fegato, reni e branchie della trota arcobaleno (Oncorhynchus mykiss) provocati dal diclofenac, un normale antinfiammatorio. Nel 2011 il Programma REACH della UE ha bandito il musk xylene, un aroma artificiale al muschio bianco tossico per gli organismi acquatici.

Altri inquinanti quotidiani particolarmente pericolosi sono gli antibiotici perché nei fiumi "combattono" anche i batteri utili all'ecosistema acquatico e contribuiscono così allo sviluppo di pericolosi ceppi resistenti. Esperta di inquinamento da farmaci è l'italiana Sara Castiglioni, dell'Istituto Mario Negri di Milano, che spiega: «La presenza di antibiotici nell'ambiente acquatico ha un andamento tipicamente stagionale, con picchi in inverno quando arrivano le influenze. Nelle acque che scorrono in aree popolate da allevamenti c'è uno strano aumento di broncodilatatori, che fa sospettare un loro utilizzo illecito come promotori della crescita. Invece nei corsi d'acqua attorno alle metropoli è possibile trovare tracce di droghe illegali come cocaina e cannabis. Per avere un'idea della quantità di questi "contaminanti emergenti" nelle acque», aggiunge, «basti pensare che ogni giorno transitano nelle acque del Po alcuni chilogrammi di farmaci.»

Per i cosmetici le quantità vanno moltiplicate diverse volte. C'è rimedio? «Oggi i sistemi di depurazione più efficaci contro i residui di farmaci e cosmetici sono i "multi barriera", che riescono a rimuovere composti con proprietà chimico-fisiche molto differenti tra loro associando più meccanismi di depurazione, come i reattori biologici a membrana abbinati a sistemi di ossidazione avanzata a ozono e raggi ultravioletti», spiega Paola Verlicchi, ricercatrice dell'Università di Ferrara. «Chiaramente l'adozione di queste tecnologie comporta un incremento dei costi di almeno il 20% e anche di più nel caso di modifiche a grandi impianti già in funzione.»

Chi teme il rincaro delle bollette può star tranquillo perché allo stato attuale non esiste nessun obbligo di depurazione dei residui di farmaci e cosmetici: persino le acque di scarico degli ospedali, benché piene di sostanze di ogni genere (anche radioattive!) sono trattate come normali scarichi civili. Sta però aumentando la sensibilità e la UE ha da poco proposto di monitorare quindici nuove sostanze e fra queste anche alcuni farmaci (vedi Ambiente e acqua: una proposta per ridurre i rischi di inquinamento delle acque).

In generale c'è più attenzione ai consumi anche in Italia, lo dimostrano l'interesse diffuso per farmaci e cosmetici a basso impatto ambientale e il successo di lavori come il Biodizionario, del chimico Fabrizio Zago, che assegna un codice "etico-ambientale" a migliaia di ingredienti di cosmetici, mentre in Nord Europa si parla di green pharmacy, farmacologia verde, in riferimento a principi attivi farmaceutici che rispettano l'ambiente.

«Ogni anno il consumo di farmaci aumenta del 2-3 %. Oltre la crescita attesa, dovuta all'invecchiamento della popolazione, c'è un abuso legato al concetto di salute nella nostra società e cioè di qualcosa che si ottiene artificialmente con una medicina», spiega Roberto Raschetti, ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss) e coordinatore dell'Osservatorio sull'impiego dei medicinali.

Se facciamo nostra l'opinione di Raschetti, per i medicinali una "soluzione ambientale" sembra facile e a portata di mano: basta essere meno disinvolti nell'uso dei farmaci. Ma che dire di tutto il resto? Che cosa siamo disposti a sacrificare del nostro stile di vita?

"Basta un poco di zucchero e la pillola va giù"... Era il 1964 e Mary Poppins mai avrebbe pensato che i pazienti di tutto il mondo l'avrebbero presa così in parola. Da allora il consumo di farmaci si è moltiplicato a dismisura, tanto da mettere in allarme le autorità sanitarie di tutto il mondo. In Italia nei soli dieci anni dal 2000 al 2010 le prescrizioni sono aumentate del 60% e ogni anno si registra un incremento del 2-3%. Ecco allora, in pillole - e senza "zucchero" - quattro aspetti importanti di questo problema: perché sono "contaminanti emergenti", i rischi della lunga esposizione, gli strumenti di legge e le tecnologie.

Se l'astronomia moderna ha bisogno del telescopio e la microbiologia del microscopio, la ricerca sull'inquinamento da farmaci e cosmetici è decollata con i nuovi strumenti di misurazione in grado di rilevare piccolissime tracce di contaminanti. Prima i ricercatori potevano solo ipotizzare che nei fiumi e nei laghi, oltre ai normali inquinanti, ci fossero anche residui di principi attivi farmaceutici e cosmetici, ma non potevano misurarli perché troppo diluiti per poterli rilevare con le vecchie tecniche di analisi. La definizione di contaminanti emergenti ha soprattutto questo significato e cioè indica che è solo ora che stanno "emergendo" dati in proposito. È però altrettanto vero che negli ultimi decenni il benessere economico ha fatto letteralmente esplodere il consumo quotidiano di sostanze chimiche, in particolare di quelle per la salute e il benessere e cioè farmaci e cosmetici. Ma siamo per davvero così grandi consumatori di chimica? Per rendere l'idea Sara Castiglioni, ricercatrice dell'Istituto Farmacologico Mario Negri, propone un'analogia: «Se fino a qualche anno fa i farmaci in commercio erano "5" e venivano assunti da una minoranza di persone, ora potremmo dire che sono "100". E vengono usati da tutti».

Una cosa è l'avvelenamento acuto e un'altra cosa l'esposizione cronica a inquinanti molto diluiti: è la differenza tra un incidente ambientale (che può essere accidentale o frutto di un comportamento criminale) e le conseguenze ecologiche dei gesti di milioni di persone. L'inquinamento da farmaci e cosmetici riguarda appunto sostanze presenti nell'acqua in concentrazioni molto piccole: nell'ordine dei microgrammi al litro o addirittura nanogrammi al litro (milionesimi e miliardesimi di grammo in un litro di acqua). Il fatto che siano così diluite, però, non vuol dire che siano innocue perché sia i principi attivi dei farmaci sia i componenti dei cosmetici sono molecole studiate proprio per avere un forte effetto sul metabolismo umano e di conseguenza anche su quello degli "altri animali". La sfida dei ricercatori sta proprio nel capire l'effetto sulla fauna acquatica dell'esposizione continua a un basso dosaggio di decine di sostanze attive diverse. I risultati degli studi più recenti sono preoccupanti.

Non vedo, non sento, non legìfero: così potremmo sintetizzare la posizione dell'Italia sull'inquinamento da farmaci e cosmetici, e da una parte è comprensibile, visto che parliamo di una materia quasi inesplorata, che si studia da pochi anni. Fatto sta che oggi per queste sostanze non esiste nessun "limite di concentrazione" né per gli ambienti acquatici né per gli scarichi dei depuratori, che di conseguenza non devono rispettare nessun obbligo di abbattimento. È certo più grave che non ci siano norme specifiche per i grandi impianti sanitari, come ospedali, cliniche e residenze sanitarie, i cui scarichi sono considerati equivalenti ai normali scarichi civili. Per fortuna, però, i nuovi studi stanno aumentando la consapevolezza delle istituzioni e delle più attente associazioni di consumatori: adesso l'Unione Europea propone di monitorare alcuni composti farmaceutici e cosmetici e di sostituire i più pericolosi. In Europa, il Paese più attento è la Svezia, che ha coinvolto i medici di base in un programma di sensibilizzazione sull'impatto ambientale dei farmaci prescrivibili.

Se i tecnici dei depuratori avessero la bacchetta magica probabilmente chiederebbero un "filtro universale" per le migliaia di principi attivi talmente diversi tra loro che ognuno avrebbe bisogno di un trattamento a sé. Allo stato attuale l'unica difesa sono i sistemi "multi barriera" che associano più tecnologie di depurazione: i più avanzati mettono in sequenza tre fasi, biologica, chimica e fisica. Nel trattamento biologico, centrale di ogni depuratore, i liquami passano in vasche contenenti "fanghi attivi" composti da batteri che digeriscono gli inquinanti; nella fase chimica si usa l'ozono per aumentare l'ossidazione e in quella fisica sono i raggi ultravioletti ad accelerare la degradazione e disinfettare. Esperta di queste tecnologie è la professoressa Paola Verlicchi, dell'Università di Ferrara: «Molto innovativi sono gli impianti biologici "a membrana" che, grazie appunto a membrane di micro o ultra filtrazione, permettono di ottenere un'ottima separazione liquido/solido e maggiori "età del fango", che favoriscono lo sviluppo di ceppi batterici specifici capaci di metabolizzare sostanze difficilmente degradabili, come i residui farmaceutici o cosmetici presenti in piccolissime concentrazioni».

18 aprile 2012 Giorgio Zerbinati
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