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Come sta cambiando la neve

A causa del riscaldamento globale la neve sta cambiando. E non è una buona notizia.

Maestosi abeti bianchi che brillano dalla luce del sole.
| Shutterstock

Come sarebbe il mondo senza la neve? Ce lo siamo chiesto nell'articolo pubblicato su Focus 329, ora in edicola. E abbiamo immaginato, con l'aiuto degli esperti, come sarebbero rivoluzionati l'inverno, lo sport... e molto altro.

Ma, anche senza arrivare alla nostra fantaipotesi, a causa del riscaldamento globale stiamo già assistendo a un "cambiamento" della neve e allo stabilirsi di nuove situazioni. Ecco 3 casi, analizzati dalla scienza.

 

MEGA NEVICATE

«La stagione della neve è più breve, si erode all'inizio e alla fine», spiega Kevin Trenberth, climatologo del National Center for Atmospheric Research (Usa). Tuttavia, nel cuore dell'inverno si possono comunque creare mega tempeste di fiocchi: anche nelle regioni dove si prevede una forte diminuzione della neve caduta in tutta la stagione invernale, la frequenza e l'intensità degli eventi estremi non dovrebbe cambiare molto o potrebbe persino aumentare.

 

«C'è il potenziale per nevicate imponenti, in inverno, proprio perché è più caldo», sottolinea Trenberth. Sembra un paradosso, ma è un'altra conseguenza del global warming: il riscaldamento fa sì che ci sia più umidità nell'aria (l'atmosfera può contenere il 7% in più di acqua per ogni aumento di 1 °C nella temperatura) e questo porta a eventi estremi nelle precipitazioni. Pioggia o, nelle giuste condizioni, neve. «La neve cade quando le temperature alla superficie sono sotto i 2 °C», dice Trenberth. L'incontro tra una sacca di aria umida e una di aria fredda è l'ideale per una mega nevicata.

 

 

E se non ci fosse la neve? Focus
E se non ci fosse la neve? Ce lo siamo chiesti sul numero 329 di Focus, in edicola fino al 21 marzo 2020. |

BIANCO NON DI STAGIONE

Una pelliccia bianca, perfetta per la neve, non è il massimo se ti ritrovi su un terreno marrone. E, se sei una lepre, indossare un abito della stagione sbagliata non è questione di moda: significa diventare un bersaglio più visibile per i predatori. L. Scott Mills, della University of Montana (Usa), studia da anni una lepre diffusa nel Nord America: Lepus americanus, detta "lepre racchette da neve" per le sue grosse zampe posteriori, che cambia colore da bianco a bruno a seconda della stagione. Mills aveva visto, negli anni passati, che queste lepri iniziano la loro muta – avviata dal cambio nella durata del giorno - sempre nello stesso periodo dell'anno: il 10 ottobre cominciano a diventare bianche, il 10 aprile a tornare scure. Il problema: con una stagione della neve più corta, rischiano di ritrovarsi con la pelliccia "stonata" ed essere più vulnerabili.

 

Gli studi recenti però evidenziano che la specie potrebbe adattarsi al cambio climatico. I ricercatori del Penn State's College of Agricultural Sciences hanno visto che le lepri che vivono più a sud mostrano già adattamenti a inverni con poca neve: la loro pelliccia non cambia completamente colore, o resta quasi del tutto scura. Perfetta per camuffarsi in paesaggi non più candidi.

 

LA MIGRAZIONE DEGLI ALBERI

L'espansione della vegetazione, negli ambienti di montagna, è già una realtà. Nel recente rapporto Oceano e Criosfera in un clima che cambia, pubblicato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la tendenza globale è confermata: negli ultimi decenni varie piante sono "emigrate" e si sono stabilite in nuove aree, con l'arretramento dei ghiacciai e l'aumento della stagione libera dalla neve, oltre che con l'aumento della temperatura.

 

La situazione è complessa e in evoluzione. Uno studio guidato da Karen Anderson della Exeter University (Uk), pubblicato a gennaio, ha visto che la vegetazione si sta espandendo alle alte quote dell'Himalaya, compresa la zona dell'Everest.

 

I ricercatori hanno esaminato immagini da satellite, fatte dal 1993 al 2018, per vedere l'andamento delle piante che crescono sopra la linea degli alberi. C'è stata un'espansione dalla copertura vegetale, e in particolare nella fascia tra i 5.000 e i 5.500 metri. Anderson ipotizza che il fattore principale alla base sia l'aumento di temperatura.

21 febbraio 2020 | Giovanna Camardo