Che fine hanno fatto le api?

In Europa e in America, gli alveari si svuotano. E, punture evitate a parte, non è un bene. Soprattutto per l'agricoltura e gli alberi da frutto. Ma proprio i pesticidi potrebbero essere i colpevoli (articolo tratto da Focus 246, aprile 2013).

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Intere città spazzate via da un assassino misterioso, gli abitanti agonizzanti poco lontano. A volte i loro cadaveri non si trovano neppure! Ce ne sarebbe a sufficienza per un'indagine poliziesca.

È la scienza invece che deve intervenire, perché le vittime di questa continua strage sono api, insetti indispensabili per l'ecosistema terrestre (un po' meno per i nostri picnic). Le api sono infatti tra i maggiori impollinatori delle coltivazioni alimentari del mondo. Senza la loro opera, sulle nostre tavole vedremmo frutta e verdura molto più raramente.

 

Secondo la Fao, 71 delle 100 specie di colture (che forniscono il 90% di prodotti alimentari) si riproducono grazie agli insetti, di cui gran parte sono api. In totale, è stato calcolato che per gli ecosistemi naturali e artificiali della Terra l'impollinazione vale circa 200 miliardi di dollari. A fronte dei danni provocati dall'assenza delle api sulle coltivazioni, l'impatto economico di una riduzione nella produzione del miele, della pappa reale, della cera e dei propoli è quasi trascurabile.

Cronaca di un mistero. Ma perché, allora, le api stanno morendo, e che cosa si può fare per fermare Il fenomeno? I primi segni che qualcosa non andasse risalgono al 1993-94, quando gli apicoltori francesi trovarono intere arnie (le case delle api - l'alveare è l'arnia più il "popolo" che la abita) decimate in seguito a visite a campi di girasoli: fu svolta qualche ricerca per spiegare l'accaduto ma senza successo. Finché nel 2006 scoppiò, prima negli Usa e poi in modo simile anche in Europa, la sindrome di spopolamento degli alveari (per gli americani, Ccd): nell'arnia rimanevano solo la regina e poche operaie, le cellette piene di miele o che ospitavano ancora le larve. L'alveare, privo delle api che raccolgono il nettare e il polline, non aveva però segni di invasione da parte di nemici o parassiti, e nei dintorni non c'erano api morte da analizzare.

Iniziò a quel punto una "caccia scientifica" su scala mondiale ai colpevoli. Da allora a oggi sono stati imputati di volta in volta gli agenti più diversi, dalle coltivazioni Ogm alle radiazioni dei telefoni cellulari, dalla frammentazione degli habitat agli spostamenti delle arnie per portarle nei frutteti da impollinare (fenomeno più che altro statunitense), alla presenza di parassiti o virus. Per tutte queste ipotesi le prove scientifiche si sono dimostrate però deboli se non inesistenti.

L'unica accusa che ha trovato qualche riscontro è quella mossa a un parassita, un acaro dal terribile nome di Varroa destructor, che colpisce le operaie e le indebolisce. La diffusione di questo parassita, tuttavia, non è sufficiente a spiegare la grande morìa delle api, che ancora continua.

 

Recentemente, però, è avvenuta una importante svolta nelle ricerche. Si è infatti pensato di approfondire l'effetto di alcuni "veleni" molto diffusi, i pesticidi. In particolare i neonicotinoidi, tra i più utilizzati nel mondo agricolo. Ricerche uscite su riviste prestigiose (le più note sono state pubblicate su Science nel 2012) hanno dimostrato che queste sostanze hanno effetto sulla salute delle api anche a dosi inferiori a quelle mortali. Le api, dicono i ricercatori francesi che hanno condotto uno di questi studi, sono intossicate e non riescono più a rientrare nel loro alveare.

È intervenuta a questo punto l'Authority per la sicurezza alimentare dell'Unione europea (Efsa), che ha riassunto alla fine del 2012 tutti gli studi sull'effetto di tre dei più comuni neonicotinoidi. Domenica Auteri, dell'Efsa, ha affermato: «Abbiamo preso in considerazione tre vie di esposizione delle api ai pesticidi: le polveri emesse durante la semina, il polline e il nettare contaminato e il fenomeno della guttazione», cioè le goccioline di linfa emesse dalle piante, che a volte le api bevono. «La commissione ha individuato alcuni rischi acuti per le api. Sono rischi che derivano per esposizione alle polveri, o a nettare, o a polline contaminati».

 

In Italia

In Italia l'uso di questi pesticidi sistemici è proibito dal 2008. Il divieto vale solo per le colture di mais e con decreti temporanei rinnovati anno dopo anno.

In seguito a questi rapporti, il commissario Ue alla salute Tonio Borg ha proposto, a partire da luglio 2013, un bando per due anni dei pesticidi per colza, mais, girasole e cotone. A sostenere la sua mozione anche uno studio recentissimo (febbraio 2013) che ha dimostrato come un neonicotinoide impedisca alle api di formare la memoria a lungo termine, e quindi di ritrovare la strada per tornare al nido. Il mondo scientifico esprime però ancora cautela: «Gli studi evidenziano chiaramente l'effetto negativo dei neonicotinoidi. È necessario però approfondire meglio i meccanismi della morìa e il ruolo dei pesticidi», dice Daniele Daffonchio, professore di microbiologia agraria presso l'Università degli Studi di Milano. «Certo, astenersi dall'usare alcuni insetticidi, visto che ci sono già prove dei loro effetti, non può che migliorare la situazione». Daffonchio sta anche studiando rimedi al problema: «Stiamo facendo ricerche sul ruolo dei probiotici, batteri intestinali che possono essere impiegati per proteggere e favorire l'immunizzazione delle api ai pesticidi».

La parola alla difesa. Le industrie agroalimentari, infine, non sembrano disposte ad accettare che alcuni pesticidi siano ritenuti responsabili della morìa degli insetti e hanno iniziato una campagna per contrastare gli studi che sostengono questa tesi.

In conclusione, però, gli indizi che si sono accumulati sulla colpevolezza dei pesticidi sono molti, e molte sono le voci autorevoli a favore del bando di questi prodotti. Il rischio è che le api possano veramente scomparire. E con esse tutto il "lavoro" che fanno per sostenere gli ecosistemi umani e naturali.

 
13 novembre 2013 | Marco Ferrari