Focus

A caccia con i delfini

Una nuova tecnica per catturare le prede si sta diffondendo tra i delfini. Segno di un'intelligenza molto sviluppata. E di un modo di imparare simile a quello dell'uomo.

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Un delfino (Tursiops aduncus), e il suo fiero pasto. |

Prendere una grossa conchiglia, priva di mollusco, ma che contiene un pesce; sollevarla fuori dal mare; far scorrere fuori l'acqua; afferrare al volo la preda inconsapevole. È la nuova ricetta che i delfini di Shark Bay, in Australia occidentale, hanno inventato per catturare comodamente le prede. Gli studiosi della Murdoch university di Perth in Australia hanno osservato in questa specie (Tursiops aduncus, molto simile al tursiope dei nostri mari, che appartiene alla specie Tursiop truncatus) almeno sei o sette volte il comportamento, e ne hanno dedotto alcune interessanti osservazioni. Prima di tutto che l'inventiva di questi cetacei sembra non avere fine: alcuni anni fa alcuni individui della stessa specie, sempre nella Shark Bay, erano stati osservati mentre “indossavano” sul muso spugne staccate dal fondo del mare per difendersi dalle prede piene di spine o troppo ostiche; una madre delfina, poi, è stata addirittura osservata mentre sembrava insegnasse la stessa tecnica al suo piccolo. Che in una sola popolazione ci siano addirittura due comportamenti molto peculiari potrebbe dimostrare, secondo i cetologi, che la pressione ambientale a trovare nuovi modi per nutrirsi è piuttosto forte; la baia infatti ospita una popolazione piuttosto folta di delfini, e scoprire tecniche innovative per procacciarsi il cibo potrebbe significare passare dalla fame alla prosperità. Gli studi di questa e di altre università hanno dimostrato infine come l'intelligenza di questo gruppo di piccoli cetacei sia particolarmente accentuata, tanto da far pensare ad alcuni che “sotto” l'uomo nella scala dell'intelligenza ci siano i delfini.

 

Questo metodo di pesca “alla conchiglia”, inoltre, è stato visto per la prima volta nel 2007, ma la tecnica sembra si stia diffondendo a una velocità inattesa. Tutto ciò, dice Simon Allen, del Murdoch Cetacean Research Unit Researcher, potrebbe significare che il comportamento stesso si sta diffondendo tra la popolazione.

 

Le tecniche di caccia

Sponging: il delfino usa una spugna, che "si mette" sul muso, per difendersi da prede difficili o urticanti, come i ricci. È il primo caso scoperto dell’uso di uno strumento in un animale marino.

Kerplunking: sputando acqua o spostandola con la coda, spinge le prede a uscire dai loro nascondigli.

Conching: sollevare le conchiglie senza mollusco ma con un pesce dentro finché l'ignara preda non scivola fuori e cade nella bocca del delfino.

Ma, a differenza di quanto accade per i delfini con le spugne e per altre tecniche di caccia (come il soffio, nella quale i delfini spaventano i pesci nascosti sotto la sabbia "sputando" loro una po' d'acqua), la velocità di diffusione potrebbe far sospettare un trasferimento di conoscenze orizzontale, non verticale. In quest'ultimo caso, infatti, già abbondantemente studiato nel regno animale, le nuove tecniche passano di generazione in generazione spesso attraverso l'insegnamento da genitori a figli. Uno degli esempi più noti è quello di Imo, la scimmia giapponese che ha insegnato ai suoi figli a "trattare" le patate. Poiché una parte della popolazione (di solito i più anziani) non apprende, la diffusione di queste tecniche è piuttosto lenta.

Trasmissione veloce. Il trasferimento orizzontale invece è più simile all'insegnamento umano, nel quale gli adulti passano le conoscenze ai piccoli della specie, anche se non sono imparentati. Ovviamente con il trasferimento orizzontale la diffusione delle conoscenze è molto più veloce. E infatti si pensava che solo l'uomo fosse in grado di trasmettere le conoscenze in questo modo: i delfini australiani sono lì a smentirlo.


Sul numero 228 di Focus, in edicola dal 20 di settembre 2011 un lungo articolo sull'intelligenza animale. Ecco l'inizio del pezzo.

L’aveva capito il grande biologo svedese Linneo, l’inventore della classificazione: l’uomo si distingue dagli altri animali perché è sapiens, intelligente. In tempi successivi si è pensato di chiamarlo faber (costruttore) o ludens (che gioca), ma tutti si sono opposti. Noi di qui, l’altra parte del creato – gli animali – di là: noi intelligenti, loro istintivi e “automi naturali”. Con il procedere della scienza, queste differenze sono diventate sempre meno abissali e con la teoria dell’evoluzione di Darwin la nostra specie è diventata come tante altre. Senza abbandonare il primato dell’intelligenza.
E allora, perché non cercare di fare il contrario? Perché non dare una mano ad altre specie, le più promettenti, per aumentarne la capacità di risolvere i problemi e affrontare il mondo? In fondo, se tra noi e gli altri animali non ci sono differenze così grandi, potremmo anche trovarle e cercare di eliminarle. Ma quali diversità dobbiamo appianare, e quali potrebbero essere i metodi per aumentare l’intelligenza degli animali? E soprattutto, chi dobbiamo scegliere?

 


Le tecniche di caccia

Sponging: il delfino usa una spugna, che "si mette" sul muso, per difendersi da prede difficili o urticanti, come i ricci. È il primo caso scoperto dell’uso di uno strumento in un animale marino.

Kerplunking: sputando acqua o spostandola con la coda, spinge le prede a uscire dai loro nascondigli.

Conching: sollevare le conchiglie senza mollusco ma con un pesce dentro finché l'ignara preda non scivola fuori e cade nella bocca del delfino.

Ma, a differenza di quanto accade per i delfini con le spugne e per altre tecniche di caccia (come il soffio, nella quale i delfini spaventano i pesci nascosti sotto la sabbia "sputando" loro una po' d'acqua), la velocità di diffusione potrebbe far sospettare un trasferimento di conoscenze orizzontale, non verticale. In quest'ultimo caso, infatti, già abbondantemente studiato nel regno animale, le nuove tecniche passano di generazione in generazione spesso attraverso l'insegnamento da genitori a figli. Uno degli esempi più noti è quello di Imo, la scimmia giapponese che ha insegnato ai suoi figli a "trattare" le patate. Poiché una parte della popolazione (di solito i più anziani) non apprende, la diffusione di queste tecniche è piuttosto lenta.

Trasmissione veloce. Il trasferimento orizzontale invece è più simile all'insegnamento umano, nel quale gli adulti passano le conoscenze ai piccoli della specie, anche se non sono imparentati. Ovviamente con il trasferimento orizzontale la diffusione delle conoscenze è molto più veloce. E infatti si pensava che solo l'uomo fosse in grado di trasmettere le conoscenze in questo modo: i delfini australiani sono lì a smentirlo.

Sul numero 228 di Focus, in edicola dal 20 di settembre 2011 un lungo articolo sull'intelligenza animale. Ecco l'inizio del pezzo.

L’aveva capito il grande biologo svedese Linneo, l’inventore della classificazione: l’uomo si distingue dagli altri animali perché è sapiens, intelligente. In tempi successivi si è pensato di chiamarlo faber (costruttore) o ludens (che gioca), ma tutti si sono opposti. Noi di qui, l’altra parte del creato – gli animali – di là: noi intelligenti, loro istintivi e “automi naturali”. Con il procedere della scienza, queste differenze sono diventate sempre meno abissali e con la teoria dell’evoluzione di Darwin la nostra specie è diventata come tante altre. Senza abbandonare il primato dell’intelligenza.
E allora, perché non cercare di fare il contrario? Perché non dare una mano ad altre specie, le più promettenti, per aumentarne la capacità di risolvere i problemi e affrontare il mondo? In fondo, se tra noi e gli altri animali non ci sono differenze così grandi, potremmo anche trovarle e cercare di eliminarle. Ma quali diversità dobbiamo appianare, e quali potrebbero essere i metodi per aumentare l’intelligenza degli animali? E soprattutto, chi dobbiamo scegliere?

31 agosto 2011 | Marco Ferrari