Un decimo di natura selvaggia distrutto in 20 anni

Le aree naturali incontaminate ricoprono ora meno di un quarto della superficie terrestre. Poco è stato fatto per proteggerle, anche se potrebbero fare molto contro il riscaldamento globale.

con_h_13.01455926_web
L'arcipelago Anavilhanas, sul Rio Negro, in Amazzonia. Le aree incontaminate non devono necessariamente essere libere dalla presenza umana: sono incluse nel censimento anche alcune parti di foresta pluviale abitate da comunità indigene.|Michel Roggo/Nature Picture Library/contrasto

Paradisi perduti, difficilmente recuperabili. In poco meno di due decadi abbiamo cancellato il 10% della natura selvaggia del nostro pianeta: dal 1993 al 2009, l'uomo ha distrutto 3,3 milioni di km quadrati di foreste, pianure, savane e paludi, in precedenza intatte e in gran parte libere dalla presenza umana. Un'area estesa quanto due volte l'Alaska.

Meno di un quarto. Queste isole di biodiversità, importanti per le comunità indigene che le abitavano e fondamentali per il sequestro di CO2, si sono ridotte dal 33% al 23% del totale della superficie terrestre dai primi anni '90, come riporta uno studio pubblicato su Current Biology.

 

Fin dove siamo arrivati? In un primo lavoro uscito il mese scorso su Nature Communications, James Watson, biogeografo della Wildlife Conservation Society che lavora all'università del Queensland (Australia), aveva determinato l'estensione dell'impronta umana sulla Terra, raccogliendo dati e mappe satellitari su campi coltivati, pascoli, ferrovie, strade, corsi navigabili, aree urbane e illuminazione notturna.

 

I danni più gravi. Il nuovo studio dimostra la pressione antropica sul pianeta è andata crescendo e ha determinato perdite globali di aree incontaminate, soprattutto in Sud America (dove il 30% di natura selvaggia, soprattutto in Amazzonia, è stato cancellato) e in Africa, dove intere fette di foreste del Congo e della Nuova Guinea non esistono più.

 

La mappa dei territori incontaminati andati distrutti dai primi anni '90 a oggi. In rosso le aree perdute, in verde quelle rimaste, in grigio le aree naturali già protette. | Watson et al 2016

brutta ricaduta. In Brasile, tra il 2005 e il 2012, i tentativi di persuadere allevatori e coltivatori a intensificare la produzione sui terreni già ottenuti, senza disboscarne di nuovi, avevano ridotto la distruzione delle foreste del 70%; ma ora la deforestazione sembra essere ripresa, soprattutto tra i piccoli coltivatori. E segnali preoccupanti arrivano anche da Perù e Bolivia.

 

un Tesoro da difendere. Rimangono ora 30,1 milioni di km di natura selvaggia distribuita tra Nord America, Asia settentrionale, Nord Africa e Australia, aree che, se protette, potrebbero rappresentare il 50% della soluzione al riscaldamento globale, e che finora non sono state tutelate a dovere: gli sforzi di conservazione si sono infatti concentrati sulle zone già minacciate, lasciando quelle apparentemente più in salute senza protezione.

 

Un dato positivo. In questo quadro fosco c'è però almeno una buona notizia. L'80% della natura incontaminata rimasta si sviluppa su territori continui e non frammentati. La frammentazione dell'habitat con strade, ferrovie e altri interventi umani è spesso tra le prime cause di perdita di biodiversità.

 

 

10 Settembre 2016 | Elisabetta Intini