Ecologia

Quali rifiuti fanno crescere l'isola di plastica del Pacifico?

Due terzi delle 80.000 tonnellate di peso dell'isola di plastica del Pacifico - Great Pacific Garbage Patch - sono oggetti usati per pescare. Ecco perché.

Per la prima volta i ricercatori dell'organizzazione no-profit The Ocean Cleanup sono riusciti a tracciare la provenienza dei pezzi più grandi che compongono la grande isola di plastica del Pacifico (in inglese Great Pacific Garbage Patch, GPGP). I risultati parlano chiaro: almeno due terzi delle 80.000 tonnellate di peso dell'isola di rifiuti sono resti di oggetti da pesca – reti, secchi, boe, taniche e galleggianti, tra gli altri. I principali Paesi inquinatori, quasi a pari merito, sono Cina e Giappone, seguiti da Corea, Usa e Taiwan. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Scientific Reports.

Non solo microplastica. L'analisi è stata condotta su oltre 6.000 frammenti di plastica di grandezza superiore ai 5 centimetri raccolti nel 2019 da System 001/B, un sistema di pulizia ideato da The Ocean Cleanup. Gli studiosi ne hanno individuato il Paese di origine cercando indizi come il logo di un'azienda, la lingua utilizzata in una scritta, un indirizzo o un numero di telefono.

Non è stato possibile capire la provenienza di circa un terzo dei frammenti. «Fino a oggi i dati a nostra disposizione riguardavano principalmente microplastiche, raccolte utilizzando le reti da traino e la cui origine era difficile da tracciare, data la grandezza», spiega Matthias Egger di Ocean Cleanup.

Cartina great pacific garbage patch
Si stima che il Great Pacific Garbage Patch sia composto da 1,8 migliaia di miliardi di frammenti di plastica (circa 250 per ogni abitante del mondo) e che occupi un’area di circa 1,6 milioni di km² – pari a circa tre volte la Francia. © Shutterstock

I colpevoli. Il 34% degli oggetti identificati era di origine giapponese, il 32% cinese, il 10% coreano e il 7% statunitense. Questi dati hanno stupito gli esperti, soprattutto per l'assenza di alcuni Paesi come le Filippine, i cui fiumi soffrono molto l'inquinamento da plastica che si riversa nell'oceano. Che fine fanno, dunque, i frammenti provenienti dalla terraferma?

Peggio la pesca. Per scoprirlo i ricercatori hanno confrontato i risultati di due simulazioni: la prima ha tracciato la vita delle particelle di plastica rilasciate dai fiumi nell'oceano, simulandone la dispersione nell'acqua durante sette anni; la seconda ha analizzato il percorso delle particelle di plastica legate alle attività di pesca, che spesso non raggiungono mai la costa.

I risultati hanno evidenziato che i detriti plastici derivanti dalla pesca hanno da due a dieci volte più possibilità di raggiungere l'isola di plastica rispetto ai frammenti dei fiumi: questo spiega perché, nonostante dai fiumi derivi la maggior parte della plastica che si riversa negli oceani, questa non si accumuli nel Great Pacific Garbage Patch.

Obiettivi futuri. The Ocean Cleanup mira a ripulire l'oceano dal 90% della plastica che galleggia in superficie entro il 2040 – un obiettivo ambizioso che richiederà un investimento pari a circa un miliardo di euro.

Essere riusciti a individuare la provenienza della plastica del GPGP è di vitale importanza: «Identificare le fonti dell'inquinamento è la base per attuare le giuste misure di mitigazione e ridurre così le future immissioni di plastica nell'oceano», concludono i ricercatori.

26 settembre 2022 Chiara Guzzonato
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