Focus

Conferenza di Parigi: gli impegni dell'Unione Europea

Alla conferenza sul clima, la COP21, i partecipanti si presentano ognuno con un suo piano per mitigare il cambiamento climatico: ecco il piano dell'Europa.

cor_42-73654737
| Volker Möhrke/Corbis

È stata definita la posizione più avanzata tra quelle dei Paesi industrializzati. L'Unione Europea si è infatti impegnata, attraverso l'INDC (Intended nationally determined contribution) col quale partecipa alla conferenza sul clima, a diminuire entro il 2030 le sue emissioni del 40% rispetto a quelle del 1990. Tre numeri che dicono molto: vediamoli uno per uno.

 

Per l'Europa, il 1990 è l'anno di riferimento per il calcolo delle emissioni. Non è così per altri Paesi, come gli Usa, per esempio, che usano invece il 2005

 

1990. Era il periodo in cui le emissioni di gas serra erano molto elevate: le crisi economiche che avrebbero abbattuto l'uso dei combustibili fossili erano ancora lontane. Perciò prendere il 1990 per calcolare il proprio contributo all'abbassamento delle emissioni significa darsi un obiettivo molto ambizioso: i valori da abbassare sono molto alti.

 

Emissioni: -40% tra riduzioni, compensazioni e alternative energetiche

 

40%. Anche questo è un valore elevato, molto più di quanto non abbiano promesso altre nazioni. Questo numero è in realtà un mosaico di fattori, e uno dei più interessanti è la riduzione del 43% del cosiddetto ETS (emission trading system), un sistema che coinvolge industrie e trasporti europei e a sua volta utilizza il cosiddetto cap and trade. Quest'ultimo definisce un sistema di limitazione delle emissioni (cap) unito a un commercio delle emissioni (trade) tra industrie virtuose e quelle che non riescono a raggiungere l'obiettivo e che possono però "comprare" il permesso di emettere da chi ci è riuscito in eccesso. Per contro, gli "emettitori" che non aderiscono all'ETS devono abbattere le loro emissioni del 30%.

 

Più energie rinnovabili. Il contributo delle rinnovabili (eolico, fotovoltaico, geotermico) dovrebbe aumentare fino al 27% del fabbisogno di energia nell'Unione. Non sarà facile arrivare a questo obiettivo, perché la diffusione di queste tecnologie deve essere supportata da provvedimenti ad hoc dei singoli stati: incentivi e abbattimenti fiscali che rischiano di falsare il mercato, ed è perciò un equilibro complesso quello ancora da trovare. Anche l'efficienza energetica deve aumentare almeno del 27%, e questo sulla base della cosiddetta Direttiva sull'efficienza energetica.

 

L'anno che verrà, in questo caso, è il 2030

 

2030. È l'anno in cui queste "buone intenzioni" devono realizzarsi: sembrerebbe molto vicino, ma l'Unione Europea ha già in atto alcune direttive che portano in quella direzione, e si tratterebbe di applicarle a fondo e migliorarle.

 

Anche in questo caso, come è accaduto e forse accadrà nella discussione dei vari trattati, il raggiungimento degli obiettivi vedrà probabilmente ostacoli e dubbi da parte di alcune componenti della società che hanno poco da guadagnare dall'abbattimento delle emissioni, ossia dalla diminuzione dell'uso dei combustibili fossili.

 

1 dicembre 2015 | Marco Ferrari