Ecologia

Oltre il biologico, quando il calice è biodinamico

Rispetto per la terra, per il ciclo naturale delle stagioni, niente chimica e poi tanto tempo

Roma, 18 set. - (AdnKronos) - Rispetto per la terra, per il ciclo naturale delle stagioni, niente chimica e poi tanto tempo da dedicare alla vigna prima di pensare a produrre vino. La terra come organismo vivente, i cui ritmi e necessità vanno assecondati. Sono i principi dell’agricoltura biodinamica, quella teorizzata dal filosofo esoterista Rudolf Steiner nel 1924, applicata al vino. Qui si va oltre il biologico, che per un’azienda oggi rappresenta il primo step per avviare un’attività biodinamica.

“L’aspetto fondamentale del biodinamico – spiega all’Adnkronos Marco Marrocco, produttore di vini nella sua azienda agricola biodinamica alla porte di Roma, Palazzo Tronconi - è la cura del terreno, l’impegno a mantenerne la fertilità senza ricorrere alla chimica, utilizzando preparati biodinamici come il Cornoletame e Cornosilice”.

Di che si tratta? Letame di vacca o silice ricavata da cristallo di rocca, inseriti in un corno, sempre di vacca, che deve essere interrato prima dell’equinozio d’autunno e dissotterrato prima dell’equinozio di primavera, per essere poi spruzzati sul terreno in piccole quantità (per trattare un ettaro di terreno bastano 300 grammi di letame”.

A dirla così, oggi, ha un sapore a metà tra rimedio della nonna e stregoneria, ma i risultati dimostrano che non è così e che è possibile produrre vini di qualità senza ricorrere alla chimica. Poi ci sono i controlli, doppi (biologico e biodinamico), anzi tripli nel caso dei vini di Palazzo Tronconi che di certificazioni ne ha tre: Icea per il biologico, Demeter per il biodinamico ed Eco Pro Wine che impegna a ridurre, ogni due anni, le emissioni di Co2 del 20%. Tripla certificazione, tripli controlli ogni anno.

E si fa anche particolare attenzione alla valorizzazione dei suoi tesori: qui vengono coltivati gli antichi vitigni arcesi, il Lecinaro e il Maturano nero (a bacca rossa), il Pampanaro, il Capolongo ed il Maturano bianco (a bacca bianca).

Per Marrocco, la scelta di produrre vino è stata anche la scelta di tornare alle origini e alla terra, quella del nonno viticoltore, venduta con il trasferimento della famiglia in città e rilevata dal giovane imprenditore nel 2010, ripiantando le stesse varietà che c’erano una volta.

Formazione da sommelier, poi laurea in enologia e pratica sul campo a Bordeaux, oggi la sua sfida è quella di un piccola azienda che ha prodotto le prime (poche) bottiglie nel 2013, perché “la vigna ha i suoi tempi per rispondere, assestarsi e dare i primi risultati, almeno 3-4 anni”.

7.500 bottiglie nel 2014 e per il 2015 se ne prevedono 10mila, che finiscono soprattutto negli Stati Uniti e nell’Europa del Nord, dove il mercato biologico e biodinamico c’è e “paga”. Produzione comunque di nicchia. “Non diventerò l’uomo più ricco del mondo – spiega l’imprenditore – ma è una scelta di qualità della vita”.

18 settembre 2015 ADNKronos
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