Ecologia

Un tratto di Oceano Artico non si è ricongelato per la prima volta nella storia

Il Mare di Laptev, nell'Artico Siberiano, non ha formato nuovo ghiaccio marino nonostante la stagione. Come ci siamo arrivati? E che cosa significa?

Per la prima volta dacché ne abbiamo memoria, la principale fabbrica di ghiaccio marino nell'Artico non ha ancora iniziato a produrre, nonostante sia ormai fine ottobre. Il Mare di Laptev, al largo della costa nord occidentale della Siberia, dovrebbe già aver cominciato a formare spessi strati di ghiaccio galleggiante per il congelamento delle acque superficiali, ora che l'inverno artico si avvicina; ma le temperature oceaniche nell'area sono risultate, di recente, 5 °C più elevate rispetto alla media per questa stagione, a causa dell'estate eccezionalmente calda registrata in Siberia. Il calore incamerato dalle acque oceaniche sta rallentando il ricongelamento di una regione chiave per la formazione del ghiaccio marino.

Un elemento di equilibrio. I cambiamenti del ghiaccio marino hanno un ruolo determinante nella regolazione della quantità di calore assorbita dalla Terra (per approfondire leggi anche: Perché preoccuparsi dei ghiacci?). Ghiaccio e neve hanno a causa della loro luminosità un'altissima proprietà riflettente, e rimandano indietro l'80% della radiazione solare. Al contrario, gli oceani scuri sui quali fluttua la banchisa (o ghiaccio marino, o pack) assorbono fino al 90% dei raggi solari incidenti, e rilasciano il calore assorbito molto gradualmente.

Ogni anno, in inverno, sulle acque dell'Artico si forma un sottile strato di ghiaccio, che durante l'estate si scioglie. Le parti ghiacciate che riescono a sopravvivere alla bella stagione costituiranno la base per un ghiaccio multistrato e pluriennale, più spesso e resistente di quello annuale. Negli ultimi 40 anni, per il riscaldamento globale che nell'Artico avanza al doppio della velocità rispetto al resto del pianeta, la quantità di ghiaccio marino pluriennale si è dimezzata.

Tutto bloccato. Proprio in questa stagione, quando le temperature atmosferiche nelle regioni artiche calano sotto lo zero, il Mare di Laptev si trasforma in un'importantissima "nursery" di nuovo ghiaccio galleggiante. La formazione di questo ghiaccio ha una serie di motori, le polinie, aree di acqua libera dai ghiacci in mezzo alla banchisa.

Questi tratti di mare nei quali l'oceano è libero di scambiare calore con l'atmosfera e far congelare nuova acqua sono fondamentali per la formazione del pack. Ma senza ghiaccio pluriennale da cui partire, le polinie non si formano e il processo non può compiersi. Il calore accumulato dagli oceani durante l'eccezionale estate 2020, caratterizzata da temperature record, ha creato nel naturale processo di rinnovo del ghiaccio in mare una fase di stallo.

La mano dell'uomo. Studi precedenti dimostrano che le emissioni di CO2 dovute alle attività antropiche hanno reso l'ondata di calore di quest'anno nell'Artico 600 volte più probabile. I cambiamenti climatici stanno inoltre facilitando l'ingresso nell'Artico di tiepide correnti atlantiche, che concorrono a rallentare la formazione di ghiaccio in mare. Se negli anni '80 i due terzi del Mare di Laptev erano ricoperti da 600.000 km quadrati di ghiaccio marino pluriennale, nel 2020 lo stesso mare non ospita più ghiaccio multistrato ed è risultato del tutto libero dai ghiacci (anche quelli più sottili) per mesi.

In futuro, l'intero Oceano Artico potrebbe finire nelle stesse condizioni, con meno di un milione di km quadrati di banchisa contro gli 8 milioni di 40 anni fa. Non è questione di "se" ma di quando: già tra il 2030 e il 2050 potremmo assistere ad estati artiche libere da ghiacci in mare.

circolo vizioso. Di solito, il ghiaccio marino che si forma nel Mare di Laptev è sospinto dai venti verso ovest, e attraversa le acque artiche con il suo carico di nutrienti fino a fondere definitivamente, in primavera, nello Stretto di Fram, tra la Groenlandia e le Svalbard. Formandosi in ritardo sarà più sottile e si scioglierà prima di aver compiuto questo viaggio. Di conseguenza, il plancton nelle acque artiche riceverà meno nutrimento e sarà meno efficiente nel suo compito di sequestro della CO2.

30 ottobre 2020 Elisabetta Intini
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