Ecologia

Microplastiche e nanoplastiche: altre cattive notizie

Due studi analizzano l'impatto di micro e nanoplastiche sugli organismi che popolano fondali e sedimenti e che sono alla base della catena alimentare.

Le grandi isole di plastica che si raccolgono sulla superficie degli oceani non sono che la punta dell'iceberg di un problema molto più complesso, che sta ridisegnando gli equilibri dei fondali e dei loro ecosistemi. Due nuovi studi analizzano l'impatto di micro e nanoplastiche sulle comunità di invertebrati che popolano i sedimenti marini e d'acqua dolce, e descrivono un'infiltrazione di questi frammenti molto più diffusa del previsto.

Strage di vermi. Il primo lavoro, pubblicato su Science Advances, si è occupato degli effetti a lungo termine delle particelle di plastica sugli organismi decompositori presenti nei sedimenti d'acqua dolce. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Wageningen (Paesi Bassi) ha inserito frammenti di polistirene (il polistirolo) in vasche di sedimenti sistemate in un canale all'aperto popolati da lumache, vermi e altri invertebrati amanti di questa fanghiglia. Dopo 15 mesi, si è visto che le vasche con la maggiore concentrazione di plastica - fino al 5% sul totale - erano più "disabitate" rispetto a quelle meno inquinate, e che questo spopolamento era legato alla minore concentrazione di una famiglia di vermi, i Naididi.

Questi organismi hanno un ruolo vitale negli ecosistemi perché demoliscono la materia organica e scavano gallerie, attività che favoriscono il ricircolo di nutrienti e ossigeno; inoltre sono una fonte di cibo per i pesci e altri animali che popolano i fondali. Al termine dell'esperimento, le vasche a ridotto contenuto di plastica (0-0,5%) ospitavano 500-800 vermi, quelle con il 5% di polistirolo appena 300. La riduzione dei decompositori può indicare una compromissione della catena alimentare dei fondali di canali, stagni e laghi. E anche se il 5% di inquinanti è un valore più elevato di quello reale, in futuro la diffusione di micro e nanoplastiche è destinata a peggiorare, avvicinandosi sempre di più a questo quadro.

Ancora più giù. Il secondo studio, pubblicato su Environmental Science & Technology, dimostra che la penetrazione delle nanoplastiche nei fondali è molto più capillare e profonda di quanto temessimo. Gli scienziati dell'Università di Guangxi (Cina) hanno raccolto 52 campioni di sedimenti marini dal Golfo di Beibu o del Tonchino, una tradizionale area di pesca nel Mare cinese meridionale, nonché dai fiumi vicini. Non è la prima analisi di questi fondali, ma il team ha scavato molto più in profondità rispetto ai predecessori. 

Sono stati trovati frammenti di plastica anche a 60 cm dalla superficie dei fondali, mischiati a sedimenti depositati nel 1897, quando ancora la plastica non era diffusa.

Le aree di massima concentrazione corrispondevano a quelle di elevata attività ittica, e la maggior parte delle nanoplastiche era di polietilene e polipropilene, polimeri usati abbondantemente nell'equipaggiamento da pesca. Negli strati di sedimenti più profondi, la concentrazione di plastica era cinque volte più abbondante rispetto a quelli superficiali, forse per lo "zampino" dei vermi decompositori che li ingeriscono e li trasportano fino a lì, prima scavando e poi defecando. Così residui di plastica fresca raggiungono stratificazioni antiche.

12 febbraio 2020 Elisabetta Intini
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