Marea di plastica: la nostra spazzatura in mare

Mentre in Europa si discute la riduzione dell'uso dei sacchetti in plastica, ecco dove finisce quella di uso quotidiano che non viene riciclata, e in che modo ritorna da noi. Leggi anche: come inquiniamo i nostri mari.

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Un accendino, un pettinino di plastica, qualche tappo di bottiglia. Potrebbe essere il collage di un artista della spazzatura: per saperne di più andate alla fotografia successiva.

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È ciò che normalmente si trova nello stomaco di un giovane albatros delle Hawaii. A Midaway Island, un atollo dell'arcipelago delle Hawaii, vive una colonia di albatros che ogni anno dà alla luce 500.000 pulcini. Di questi, 200.000 muoiono a causa dell'ingestione di plastica con cui i genitori li nutrono perché la scambiano per cibo. In totale, più di 1 milione di uccelli marini e 100 mila mammiferi marini muoiono, ogni anno, a causa dell'ingestione di plastica o intrappolati nei rifiuti.

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I grandi agglomerati di rifiuti che si accumulano in punti particolari di mari e oceani si chiamano garbage patch. Le plastiche, in particolare, fluttuano anche per molti anni, aggregandosi e disgregandosi sotto la spinta di correnti e venti: possono fermarsi poco sotto la superficie, disporsi in base alla loro densità lungo un'intera colonna d'acqua sino al fondale, formare vere e proprie isole.

 

Nel 1996 l'oceanografo Charles Moore ha scoperto quello che, a oggi, è considerato il garbage patch per antonomasia: il Great Pacific Garbage Patch (vedi il multimedia L'Isola di plastica). Oltre a questo, ci sono altre quattro grandi masse di rifiuti galleggianti in corrispondenza di altrettante zone di convergenza di venti e correnti: una seconda nell'oceano Pacifico, due nell'Atlantico e una nell'Indiano.

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Il concetto di isole di plastica è stato introdotto per la prima volta nel 1988, in un documento della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA). Il primo avvistamento ufficiale è avvenuto nel 1996, ma il Great Pacific Garbage Patch (l'isola di plastica del Pacifico settentrionale) ha iniziato a formarsi intorno agli anni Cinquanta, con l'ingresso della plastica nella vita quotidiana.

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L'espressione lacrime di sirena (mermaids tears) è un modo poetico usato per indicare i detriti che hanno raggiunto dimensioni inferiori a 5 millimetri a seguito della fotodegradazione delle materie plastiche. Questi frammenti, scambiati per plancton, vengono ingeriti ed entrano nella catena trofica, sino ad arrivare all'uomo.

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Delle migliaia di tonnellate di plastica che arrivano ogni giorno fino al mare, l'80% è costituito da polietilene ad alta e bassa densità e da polipropilene: buste in plastica, bicchieri, bottiglie e involucri vari.

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Solo il 20% dei rifiuti viene gettato direttamente in acqua. La maggior parte di ciò che si trova nei mari e negli oceani arriva invece dalla terraferma, trasportato da venti e piogge. Numerosi campionamenti effettuati in varie parti del pianeta suggeriscono che nei mari di tutto il mondo galleggino tra le 7.000 e le 35.000 tonnellate di plastica.

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Il 99% della plastica che finisce in mare è apparentemente... sparito! I ricercatori hanno infatti verificato, nei campionamenti, la mancanza di frammenti con dimensioni comprese fra 0,5 e 5 millimetri: sono le dimensioni di ciò di cui si nutrono i pesci mesopelagici, come tonni, merluzzi e sgombri. La spiegazione più accreditata è che siano stati ingeriti dai pesci e siano così entrati nella catena trofica (alimentare).

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Gli scienziati hanno calcolato che, fino ai 30 metri di profondità, per ogni particella di plancton ce ne sono 6 di plastica. Poiché il plancton è alla base della catena alimentare, gli scienziati denunciano che attualmente la maggior parte dei pesci ingerisce più plastica che nutrimento.

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L'impatto economico dell'inquinamento del mare si attesta intorno ai 3 miliardi di dollari americani l'anno per la sola pulizia delle spiagge, senza contare le perdite derivanti dal mancato turismo e i danni associati all'industria ittica. Nel 2014, lo United Nations Environmental Programme ha stimato, a livello globale, circa 13 miliardi di dollari l'anno per danni all'ambiente.

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Secondo i dati di Goletta Verde di Legambiente, che ogni anno monitora lo stato di salute dei mari italiani, al largo delle nostre coste si trova un rifiuto plastico ogni 10 minuti. Il mare più inquinato è l'Adriatico, con 27 rifiuti per kmq, seguito dal Tirreno con 26 rifiuti per kmq e dallo Ionio, con 7 rifiuti ogni kmq. Vedi anche: Mare Mostrum, il Mediterraneo di plastica.

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Nella sede Onu di New York è in corso l'esposizione Garbage Patch State, ideata dall'italiana Maria Cristina Finucci. L'opera ricorda e denuncia l'esistenza di una nazione costruita negli ultimi 60 anni con oggetti appartenuti a ognuno di noi. Lo Stato Federale del Garbage Patch, è stato formalmente fondato l'11 aprile 2013 presso la sede Unesco di Parigi ed è la seconda nazione per estensione al mondo, dopo la Russia.
Per saperne di più sull'inquinamento dei mari con la plastica

Un accendino, un pettinino di plastica, qualche tappo di bottiglia. Potrebbe essere il collage di un artista della spazzatura: per saperne di più andate alla fotografia successiva.