Lo spreco che non si vede: i numeri dell'impronta idrica globale

Quanto incide l'acqua utilizzata nei processi agricoli e industriali sulle riserve di una Terra già assetata? Ecco i numeri dell'emorragia.

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L'acqua utilizzata per la produzione di beni di consumo rappresenta una voce importante del bilancio dei consumi idrici mondiali. Uno spreco silenzioso, che spesso non si vede, ma c'è. Photo credit: © Digital Art/Corbis |

Quella che usiamo per lavarci, innaffiare le piante e risciacquare i piatti la vediamo scorrere sotto ai nostri occhi. Passa invece più inosservata l'acqua utilizzata - in grandi quantità - durante il ciclo di lavorazione e commercializzazione dei beni che ogni giorno consumiamo, acquistiamo e utilizziamo, come cibo e vestiti. Queste centinaia di litri di "oro bianco" perduto vanno a costituire la nostra impronta idrica, un indicatore che misura l'impatto ambientale sulle risorse idrogeologiche che il nostro stile di vita comporta.
Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) fa luce sul volume di acqua nascosta consumata sul pianeta Terra tra lavorazione agricola o industriale e commercio globale. Snocciolando numeri e dati che lasciano a bocca aperta.

 

Acqua azzurra ma non solo

Impronta idrica verde, blu e grigia sono i termini convenzionali con cui si indica rispettivamente:

- Impronta idrica verde: Il volume di acqua piovana che evapora durante la produzione di un bene; nel caso di coltivazioni agricole, questo indicatore si riferisce all'acqua piovana immagazzinata dal suolo che evapora dagli appezzamenti.

- Impronta idrica blu: il volume di acqua dolce prelevato dalla super?cie o dalle falde acquifere, utilizzato e non restituito; nel caso dei prodotti agricoli, questo indicatore si riferisce all'acqua utilizzata per l'irrigazione.

-Impronta idrica grigia: il volume di acqua necessario a diluire le sostanze inquinanti rilasciate durante i processi produttivi, in modo che la qualità delle risorse idriche ambientali di un luogo rimanga al di sopra degli standard idrici di qualità pre?ssati.

Fonte: WWF

Lo studio, condotto da Arjen Hoekstra e Mesfin Mekonnen, ricercatori dell'Università di Twente (Paesi Bassi) si concentra sulla quantità di acqua utilizzata per produrre ed esportare beni di consumo da ciascun paese nel periodo compreso tra il 1996 e il 2005, il più recente decennio sul quale si posseggono dati accessibili. L'acqua necessaria per la lavorazione dei prodotti di cui ogni paese usufruisce è stata suddivisa in piovana, proveniente da falde o dalla superficie terrestre e inquinata (quest'ultima categoria si riferisce alla quantità di acqua necessaria a diluire gli agenti inquinanti rilasciati durante i processi produttivi, in modo che la qualità delle risorse idriche di quel paese rimanga su standard adeguati).

Emorragia in cifre
Ognuno di noi esaurisce indirettamente, solamente mangiando, vestendosi e comprando merce, 1385 metri cubi d'acqua all'anno: l'equivalente di 8650 vasche da bagno piene. Ma non tutte le nazioni vantano gli stessi consumi. L'area meno "virtuosa" sotto questo aspetto è quella statunitense (ogni americano consuma, indirettamente, 2842 metri cubi d'acqua all'anno); alla Cina spetta invece il triste primato delle acque inquinate: 360 miliardi di metri cubi all'anno, il 26% delle acque inquinate in tutto il mondo. Nella decade presa in considerazione per lo studio, l'impronta idrica dell'umanità è stata di 9087 miliardi di metri cubi d'acqua (di cui il 74% di acqua piovana, l'11% di acqua di falda o di superficie e il 15% di acqua inquinata).

 

La produzione agricola è responsabile del 92% dei consumi globali. Quella industriale del 4,4% e quella domestica del 3,6%. Tra i prodotti alimentari destinati al consumo nazionale che richiedono più acqua, troviamo i cereali (27%) seguiti dalla carne (22%) e dai latticini (7%). Le differenze tra le impronte idriche delle varie nazioni dipendono, quindi, anche dalle diverse abitudini alimentari: negli Stati Uniti, dove il consumo di carne bovina - uno dei prodotti meno sostenibili dal punto di vista idrico - è di 43 chili all'anno a testa, 4 volte e mezzo la media globale, l'impronta idrica interna individuale è di 2842 metri cubi annui. In Inghilterra dove si consumano circa 18 chili di carne bovina all'anno, due volte la media globale, l'impronta è di 1258 metri cubi annui.

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Dall'inizio alla fine

Impronta idrica e acqua virtuale sono termini che si riferiscono non solo all'acqua utilizzata realmente per produrre un bene (materia prima) ma anche a tutti quei processi necessari per rendere quel prodotto disponibile al consumo (reperimento e trasformazione delle materie prima, imballaggio, trasporto).

A incidere sui consumi idrici globali sono anche i prodotti non destinati al consumo interno, ma all'esportazione. La maggior parte (76%) dei flussi d'acqua virtuali dissipati durante l'esportazione e l'importazione di merci è collegata alla commercializzazione di prodotti agricoli e derivati (come gli oli vegetali), prodotti industriali e carne bovina. Tra i maggiori esportatori d'acqua virtuale troviamo Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Argentina, Canada. Grandi importatori sono invece Stati Uniti, di nuovo, seguiti da Giappone, Germania, Cina, Italia (101 miliardi di metri cubi all'anno), Messico e Francia. L'acqua consumata per merce destinata all'esportazione costituisce, da sola, il 22% dell'impronta idrica totale globale. Ma l'incidenza dell'acqua "esportata" sul bilancio nazionale varia da paese a paese: alcune nazioni europee come Italia, Germania, Olanda e Inghilterra hanno un'impronta idrica esterna che contribuisce per il 60-95% all'impronta globale nazionale. Altri paesi come Chad, Etiopia, India, Niger hanno un'impronta idrica esterna molto bassa, pari al 4% di quella totale.

 

In passato, la maggior parte dei governi ha formulato piani idrici nazionali riferendosi solo ai consumi d'acqua interni. Considerare i volumi d'acqua coinvolti nell'import-export può aiutare i singoli paesi a ragionare sugli scambi economici anche in base alle disponibilità idriche nazionali. Una nazione che abbia abbondanti risorse idriche interne, per esempio, potrà limitare l'importazione di prodotti che richiedano ingenti quantità d'acqua nei loro processi produttivi. Conoscere i rapporti di dipendenza idrica con l'estero è inoltre importante per costruire un'autosufficienza alimentare nazionale.

 

27 febbraio 2012 | Elisabetta Intini