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Le Mauritius e il più grosso sversamento della sua storia

Agosto 2020: alle Mauritius una nave giapponese ha sversato nell'oceano un migliaio di tonnellate di un nuovo tipo di petrolio. Ecco che cosa si sta facendo.

La nave petroliera Wakashia, incagliata sulle rocce della barriera corallina al largo di Mauritius
La nave petroliera Wakashia, incagliata sulle rocce della barriera corallina al largo di Mauritius, l'isola principale dell'omonimo arcipelago. | ohrim / Shutterstock

VLSFO è una sigla che sta per Very Low Sulphur Fuel Oil: indica un nuovo tipo di petrolio che, come suggerisce il nome, è molto povero in zolfo (meno dello 0,5%), e dunque in teoria meno inquinante. C'è chi non sarebbe d'accordo con quest'ultima affermazione: gli abitanti di Mauritius, che circa un mese fa, il 6 agosto, si sono ritrovati migliaia di tonnellate di VLSFO nel mare davanti a casa, fuoriuscito da una nave petroliera. In un'intervista a Nature, Jacqueline Sauzier, la presidente della non profit Mauritius Marine Conservation Society, racconta gli sforzi della popolazione locale per ripulire il mare da un carburante che, oltretutto, essendo di formulazione relativamente nuova, non se ne conoscono del tutto gli effetti sull'ecosistema.

 

Petrolio: barriere di contenimento (boom)
Dispiegamento in mare delle barriere di contenimento (boom), il 16 giugno 2010, nel tentativo di contenere lo sversamento di petrolio provocato dall'incidente sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, di proprietà della British Petroleum (BP), nel Golfo del Messico. | kris krüg, via WikiMedia CC 2.0

Incagliata tra i coralli. La nave giapponese responsabile del disastro è la MV Wakashio, che trasportava 200 tonnellate di diesel e 3.900 tonnellate di VLSFO. La petroliera si è incagliata sulla barriera corallina al largo di Mauritius il 25 luglio, e il 6 agosto lo scafo si è incrinato, lasciando fuoriuscire circa 1.000 di quelle 3.900 tonnellate. Sauzier spiega che la risposta al disastro non è stata facile, perché Mauritius «non è attrezzata per reagire a una catastrofe di queste dimensioni»: i primi interventi consistenti sono stati effettuati con l'aiuto delle Nazioni Unite e di squadre di esperti provenienti dalla vicina isola di Réunion e dall'Inghilterra, che hanno eretto barriere di contenimento (chiamate boom) per bloccare il grosso dello sversamento.

 

Pulizia fai-da-te. Una grossa mano, però, è arrivata anche dalle popolazioni locali, che hanno costruito dei boom temporanei utilizzando come materiale gli scarti di produzione della canna da zucchero, e un'enorme quantità di bottiglie per raccogliere quanto più petrolio possibile. In totale, spiega Sauzier, gli interventi hanno permesso di rimuovere il 75% del versato, e di ridurre il danno a una fascia costiera di 15 km sui 350 totali dell'isola. Il problema non è del tutto risolto: il petrolio, per esempio, è ricco di componenti solubili in acqua e che dunque entrano nell'ecosistema prima di poter venire raccolti. C'è poi l'incognita VLSFO: «È la prima volta che questo tipo di petrolio viene sversato», afferma Sauzier, «e non esistono studi sui suoi effetti a lungo termine sull'ecosistema».

7 settembre 2020 | Gabriele Ferrari