Ecologia

Trasformare la CO2 in metano? Possibile, grazie alla chimica

Per abbattere la CO2 c'è un processo chimico che, grazie alla luce, prima riduce l'anidride carbonica a semplice CO, monossido di carbonio, e poi la ricombina in metano. Ecco le nuove promesse della chimica, la scienza più sottovalutata che c'è.

[Raymond Zreick, 4dicembre 2009]


Catturare l'anidride carbonica durante i processi industriali, prima di buttarla in atmosfera da una ciminiera, non è semplice né economico. Soprattutto, non è sufficiente: per evitare che faccia danni la CO2 deve infatti essere stoccata e conservata per... millenni, in condizioni analoghe a quelle richieste per i rifiuti radioattivi. Oppure deve essere trasformata, e qui entra in gioco la chimica, con soluzioni come quella prospettata da Amanda Morris e Gerald Meyer, della Johns Hopkins University, che hanno studiato un procedimento che attraverso la luce naturale trasforma la CO2 in metano. Sembra magia, ma è chimica: la luce fornisce "energia" - in forma di fotoni - per innescare una reazione fotocatalitica che ha come prodotto finale la trasformazione della CO2 in metano (CH4) o in metanolo (CH3OH) grazie allo scambio di elettroni e protoni con semplice acqua.

HO VISTO LA LUCE La ricerca - che ha dato risultati concreti, non scenari per ulteriori studi - appartiene al campo della fotochimica, branca della scienza che studia le reazioni indotte dall'interazione tra luce e materia (come per la fotosintesi clorofilliana), un ambito in cui si stanno sviluppando parecchie ricerche importanti per il nostro futuro.

Idrogeno gratis. Tra queste, una delle più promettenti è una specie di fotosintesi artificiale che ha lo scopo di attivare processi simili a quello che ha portato alla formazione del petrolio e di altri combustibili fossili. Ma in "tempi industriali" anziché geologici, e senza l'impiego di tecnologie costose. In linea di principio il sistema è semplice in modo disarmante: un catalizzatore interposto tra luce e acqua induce la separazione di ossigeno e idrogeno, il cosiddetto vettore energetico, oggi ancora costoso (e inquinante) da produrre. Allo stato attuale l'efficienza del sistema è però molto bassa, e in più ha bisogno di un apporto di energia (ossia non raggiunge l'auto-sostentamento). C'è insomma ancora parecchio lavoro da fare per Devens Gust e Thomas e Ana Moore, chimici della Arizona State University e autori di questa suggestione scientifica, che hanno comunque dimostrato che in condizioni di laboratorio il meccanismo funziona. Oltre a rendere ancora più evidente la nuova età d'oro della chimica che impara a usare atomi e molecole come materiali da costruzione.

4 dicembre 2009
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