Le api al tempo del riscaldamento globale

Non basta la minaccia ormai comprovata dei pesticidi: i cambiamenti climatici impattano sulla salute dei principali impollinatori su molti livelli, e se immaginiamo un futuro con ancora cibo sulla tavola, dovrebbe importarci.

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Un ronzio amico, e sempre più flebile.|Shutterstock

Rimanere senza miele a colazione è l'ultimo dei nostri problemi: le api hanno un ruolo cruciale nella produzione di cibo, e il loro declino minaccia seriamente la sicurezza alimentare mondiale. Un boccone su tre si deve al lavoro degli impollinatori: da api & affini dipende la riuscita di 87 delle principali 115 coltivazioni mondiali, il 35% della produzione globale di cibo. Si stima che per gli ecosistemi naturali e artificiali della Terra l'impollinazione valga circa 200 miliardi di dollari.

 

Tuttavia, dal 2014 in poi abbiamo assistito inermi alla scomparsa di oltre 10 milioni di alveari, e soltanto in Italia le arnie che diventano "silenziose" cessando il ronzio sono 200 mila all'anno. Mentre la comunità scientifica si interroga sulle cause di questo fenomeno complesso noto come sindrome di spopolamento degli alveari (dovuto a una serie di fattori che vanno dall'urbanizzazione all'uso di fitofarmaci, alle parassitosi), quel che si sa è che i cambiamenti climatici stanno rendendo la vita impossibile per le piccole operaie alate. Almeno in tre modi:

 

1. Perdita dell'habitat. Il rialzo delle temperature spinge le api a migrare verso latitudini più fresche e stabilirvi nuovi alveari. Tuttavia, questi spostamenti non avvengono abbastanza velocemente per tener passo ai ritmi del riscaldamento globale. Diversamente dalle farfalle, che in risposta ai cambiamenti climatici migrano verso i poli, le api, i bombi e altri indispensabili impollinatori faticano ad adattarsi alle condizioni imposte dai nuovi habitat. Il risultato è un "accorciamento" del loro areale di circa 300 km, in Europa e Nord America: mentre il limite territoriale a sud si sposta verso l'alto, verso territori meno torridi, quello settentrionale resta dov'è, e il territorio delle api si contrae.

Un'ape appena uscita da un "bagno" di polline. Vedi anche: faccia a faccia con le api | Sam Droege/ USGS Bee Inventory and Monitoring Lab

2. Variazione delle stagioni. Il rialzo delle temperature porta a fioriture anticipate, con il risultato che i fiori mettono polline e nettare a disposizione quando le api non sono ancora pronte a raccoglierlo.

 

Uno sfasamento di pochi giorni è sufficiente a impattare negativamente sulla salute delle api: compromette le loro capacità riproduttive, le rende meno attive e più vulnerabili ai parassiti.

 

3. Malattie. Il global warming facilita la diffusione dei parassiti che attaccano le api, come l'acaro Varroa destructor, che indebolisce e attacca le operaie, o il fungo Nosema ceranae, che compromette le funzioni digestive degli impollinatori. Per quanto riguarda quest'ultimo, che insieme al Varroa e all'Aethina tumida costituisce la minaccia principale tra le malattie degli alveari, è stato dimostrato che temperature più basse ne limitano la prevalenza. Di conseguenza, temperature più alte causate dai cambiamenti climatici potrebbero significare più api colpite da parassitosi. 

 

Come agire? Oltre a sostenere l'impegno politico di contrasto al global warming, nel concreto possiamo incoraggiare le fioriture "amiche" delle api in giardino e sul balcone, per attirare e nutrire questi preziosi insetti. Piante stagionali adatte anche a un utilizzo alimentare, come rosmarino, erba cipollina, salva, lavanda, basilico, o fiori molto colorati e profumati, offriranno a questi insetti una fonte di sostentamento in più per tutto l'anno, anche se abitate in città.

 

 

 

08 Marzo 2019 | Elisabetta Intini