Due nuovi tipi di plastica stanno inquinando il Mediterraneo

Si chiamano plasticrust e pyroplastic, sono le nuove facce dell'inquinamento da plastica: sono state già rilevate in Toscana.

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Un'immagine dell'inquinamento da plastica negli oceani. | Shutterstock

"Inquinamento da plastica" è un'espressione obsoleta: meglio parlare di "plastiche", al plurale. E non stiamo parlando solo dell'ormai nota distinzione tra macroplastiche (bottiglie, sacchetti...) e microplastiche, ma del fatto che la quantità e varietà di materiale plastico che ha invaso i nostri oceani è ormai tale che chi studia l'argomento la divide in sottocategorie, creando una vera e propria tassonomia della plastica. E l'ultima notizia in merito arriva dall'Italia, dove per la prima volta sono state trovate tracce di due tipi di plastica finora assenti nel Mediterraneo.

Piro-che? Per ora hanno solo nomi inglesi: si chiamano plasticrust e pyroplastic. La prima è una contrazione di "plastic crust": è una vera e propria crosta di plastica che si forma sulle rocce, in seguito allo sfregamento costante di sacchetti e bottiglie; finora se n'erano trovate tracce nel mare al largo di Madeira, in Portogallo. La seconda, invece, è plastica bruciata e indurita, che si presenta sotto forma di "sassetti": le coste inglesi ne sono piene. Entrambe sono state trovate su una spiaggia dell'isola del Giglio da un team tedesco del Federal Institute of Hydrology di Coblenza.

 

Galeotto fu il falò. I ricercatori hanno trovato tracce di plastic crust su rocce che finiscono regolarmente sott'acqua a causa della marea, e globuli di pyroplastic su una delle spiagge vicine. La colpa della presenza delle prime è quasi certamente attribuibile alle bottiglie di plastica, che, dicono gli scienziati, sono ormai una presenza fissa sulle spiagge del Giglio. I secondi, invece, potrebbero essere il risultato di un falò acceso da un gruppo di campeggiatori. Qualunque sia la causa e chiunque siano i responsabili, il problema rimane: anche queste plastiche rischiano di venire ingerite accidentalmente da granchi, lumache e altri animali, e di entrare in questo modo nella catena alimentare del Mediterraneo.

 

22 novembre 2019 | Gabriele Ferrari