Ecologia

Il pianeta ai tempi dei cambiamenti climatici, a rischio i Paesi costieri

Tra le città a rischio, secondo la Banca Mondiale, c'è anche Napoli, e un altro studio accende i riflettori sul Delta del Po. E ci sono arcipelaghi che addirittura rischiano di scomparire. Il ritmo con cui il livello del mare si sta alzando sarebbe del 60% più veloce di quanto previsto nel 2007 dall'Ipcc che parlava di un aumento annuo di 2 millimetri l'anno. Un innalzamento che potrebbe avere effetti devastanti per 600 milioni di persone che al 2050 si prevede che abiteranno le zone costiere del Pianeta

Roma, 17 gen. - (AdnKronos) - Una geografia ridisegnata dai cambiamenti climatici, in cui i confini potrebbero variare per colpa dell'innalzamento dei livelli dei mari. Negli ultimi anni gli allarmi si sono susseguiti da più parti, lanciati da diversi istituti e organizzazioni. Compresa la Banca Mondiale che ha analizzato 136 città costiere a rischio, quelle che potrebbero subire più di altre gli effetti dei cambiamenti climatici, tra cui Napoli. Per proteggersi, queste città dovrebbero mettere in campo azioni di prevenzione delle inondazioni per un totale di 50 miliardi di dollari l’anno.

Il rischio, è quello di affrontare, sempre secondo la Banca Mondiale, perdite da 6 miliardi l'anno e in assenza di interventi, tra le città più esposte figurano Guangzhou, Mumbay, Calcutta e Napoli. E per restare in Italia, Pianura Padana e fascia costiera veneto-romagnola sarebbero le aree italiane più minacciate dall'innalzamento del livello del mare, con il Delta del Po che addirittura figura tra le prime 10 zone critiche a livello globale secondo lo studio dell'Environmental Research Letters del British Institute of Physics.

Stando allo studio, il ritmo con cui il livello del mare si sta alzando sarebbe del 60% più veloce di quanto previsto nel 2007 dall'Ipcc che parlava di un aumento annuo di 2 millimetri l'anno. Soglia ampiamente superata, visto che il nuovo studio indica un innalzamento di 3,2 millimetri l'anno, confermato dalle misurazioni satellitari.

Un innalzamento che potrebbe avere effetti devastanti per 600 milioni di persone che al 2050 si prevede che abiteranno le zone costiere del Pianeta, e per isole e arcipelaghi, con conseguenze che vanno dalla perdita di terreni agricoli ai problemi a carico delle risorse idriche a causa del cuneo salino fino alla scomparsa di intere isole del Pacifico e una più difficile gestione degli eventi meteorologici estremi. Ci sono Paesi come le Maldive che stanno già provvedendo ad acquistare terre in cui eventualmente trasferirsi.

A causa dei cambiamenti climatici l'arcipelago Kiribati nell'Oceano Pacifico, rischia di scomparire. Il livello del mare, infatti, continua a salire ed entro 60 anni rischia sommergere i 33 atolli. Tra le terre esposte all'innalzamento del mare causato dal riscaldamento globale, troviamo anche le isole della Micronesia.

Secondo un rapporto della commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell'Onu, inoltre, delta importanti come quello del Nilo in Egitto, quello del Gange- Brahmaputra in Bangladesh e India e quello del Mekong nel Vietnam sudorientale, provocando lo sfollamento di oltre un milione di persone per regione entro il 2050.

E in Europa? Sono quindici i Paesi dell'Ue in cui la costa è predominante, con circa 70 milioni di cittadini che vivono in prossimità della costa; le attività economiche che si svolgono a 500 mt dal mare valgono tra i 500 e i 1.000 miliardi di euro e ammontano a 47.500 di kmq i siti a 500 mt dalla costa identificati come aree ad elevato valore ecologico.

Studiare l'effetto dello scioglimento dei ghiacci sull'aumento del livello del mare è l'obiettivo dell'attività di un panel di scienziati europei raggruppati nel progetto Ice2Sea i cui risultati, dopo 4 anni di lavori, hanno previsto un innalzamento del livello marino medio globale tra i 3,5 e i 36,8 cm entro il 2100. Per il periodo successivo al 2100, il livello del mare continuerà a salire, a un ritmo sempre crescente e per molti secoli ma le coste europee subiranno un aumento di questo livello del 10-20% in meno rispetto alla media globale.

17 gennaio 2015 ADNKronos
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