Il disastro della Deepwater Horizon era peggio di quanto credessimo

Nuove ricerche sullo sversamento di petrolio della piattaforma Deepwater Horizon dimostrano che l'avevamo sottovalutato.

Deepwater Horizon
Una spiaggia della Louisiana dopo il disastro della Deepwater Horizon | Breck P. Kent / Shutterstock

Qualche giorno fa British Petroleum (BP), una delle maggiori multinazionali del petrolio, ha annunciato un obiettivo ambizioso: entro il 2050 vuole ridurre a zero le sue emissioni nette di CO2. Una mossa coraggiosa, che casualmente arriva in contemporanea con la pubblicazione di uno studio che riporta sotto i riflettori il nome di BP per un motivo completamente diverso: l'ormai famigerata catastrofe ambientale datata 2010, quando un incidente sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon riversò nel golfo del Messico 800 milioni di litri di petrolio, ricoprendo una superficie pari a 149.000 km quadrati. Lo studio, condotto da un team della University of Miami (Florida), sostiene che queste cifre sono sbagliate, e che il volume dello sversamento fu molto superiore a quello che abbiamo creduto finora.

 

Non basta il satellite. Al tempo, le rilevazioni vennero fatte basandosi su immagini aeree e satellitari, oltre che su dati forniti da BP. Il team di Miami ha invece lavorato su circa 2.500 campioni d'acqua e di sedimento recuperati nell'area, li ha incrociati con i dati satellitari e ha costruito un modello che simulasse il vero impatto dello sversamento, tenendo conto anche di fattori naturali come l'intensità delle correnti oceaniche. I ricercatori hanno così calcolato che la quantità di petrolio che si è riversata nel golfo del Messico è del 30% superiore rispetto alle prime stime, e che il combustibile è arrivato molto più in profondità del previsto: i campioni di acqua e di sedimento hanno riportato quantità tossiche di petrolio anche oltre il chilometro di profondità.

 

Danni invisibili. Il motivo di questa discrepanza è semplice da spiegare: non tutto il petrolio riversato in mare è visibile da satellite o dai droni, e per questo è sempre stato ignorato, come se non esistesse. Invece esiste, eccome, come dimostrano tra l'altro i danni alla fauna del golfo: delfini, astici e cetrioli di mare sono solo alcuni degli organismi i cui tassi di mortalità sono esplosi dopo il disastro. La speranza per il team di Miami è che il loro studio serva non solo a rivalutare i danni causati da BP, ma anche a cambiare la percezione dell'impatto di altri disastri ambientali simili (e rivederla verso l'alto); «se BP vuole davvero diventare green», è il commento di una delle autrici dello studio, Claire Paris-Limouzy, «dovrebbe continuare a lavorare per curare il golfo del Messico».

15 febbraio 2020 | Gabriele Ferrari