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Pesca, allevamento, cibo a km zero: la tavola è messa male

Meno di un terzo della popolazione mondiale dispone di cibo locale a sufficienza: dipendiamo da catene globali, costruite però su modelli disatrosi.

Cibo locale: radici di manioca
Cibo locale appena raccolto: radici di manioca. |

Uno dei temi cardine della Giornata della Terra (Earth Day) è la sicurezza alimentare, insieme all'impatto che la produzione, il trasporto e lo spreco di cibo hanno sulla salute del nostro Pianeta. Una analisi pubblicata su Nature Food dimostra che, se è vero che la globalizzazione ha permesso di rendere l'agricoltura più efficiente e diversificare le nostre diete, questo fa sì che la maggior parte della popolazione terrestre viva in Paesi che dipendono, almeno in parte, da cibo importato. Meno di un terzo (tra l'11 e il 28%) della popolazione mondiale può soddisfare la domanda di specifici raccolti coltivando quel cibo nel raggio di 100 km.

Per i ricercatori, i foodsheds, cioè le aree autosufficienti quanto a produzione di cibo, sono soprattutto zone compatte specializzate in un singolo tipo di raccolto: la conferma che la diversità della nostra alimentazione ha innescato una serie di interdipendenze alimentari su scala globale. Con gli attuali metodi produttivi e abitudini di consumo, una produzione locale non è sufficiente a soddisfare la domanda.

Riserve ittiche. Allo stesso modo, è sotto osservazione anche la pesca: qual è la percentuale dei mari della Terra interessata da attività ittiche industriali? Una ricerca di David Kroodsma, della Global Fishing Watch, pubblicata a febbraio del 2018 su Science, parlava di un'area attorno al 55% dei mari - quattro volte più grande di quella occupata, si diceva nello studio, dalle coltivazioni sulla terraferma. Per contro, un secondo studio (agosto 2018), effettuato sugli stessi dati, ridimensionava sorprendentemente e drasticamente al 4% la superficie dei mari sfruttata per la pesca industriale.

Carnivori. Per ultima, la carne: l'analisi del ciclo di vita degli allevamenti di bestiame domestico mostrano senza possibilità di errore che l'impatto ambientale di bovini, ovini, suini e avicoli è altissimo, e questo ormai lo sappiamo da anni, a partire dai milioni di ettari di terreno produttivo riservato all'allevamento e alle colture agricole riservate al bestiame. Per cercare di porre un freno a questa situazione e al conseguente degrado dell'ambiente, durante la Conferenza sul Clima di Madrid (COP25, novembre 2019), un gruppo internazionale di ricercatori ha invitato i decisori politici di tutti i paesi del mondo a prendere seriamente in considerazione una consistente riduzione nella produzioni di carni di ogni genere entro il 2030: l'appello (sostanzialmente ignorato) è stato affidato a una lettera aperta pubblicata su Lancet Planetary Health Journal. A questo punto sembra quasi inevitabile che, ovunque al mondo, la ricetta per un futuro sostenibile passi lo sfruttamento degli insetti a scopo alimentare, direttamente e sotto forma di farine per l'alimentazione di umani e animali.

 

22 aprile 2020 | Elisabetta Intini