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Global warming, andiamo verso un "apartheid climatico"

I cambiamenti climatici rendono sempre più nette le disuguaglianze economiche e sociali: chi può permetterselo sa come proteggersi da carestie ed eventi climatici estremi, mentre i più poveri vedono calpestati i loro più elementari diritti.

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Finora abbiamo ignorato le questioni umanitarie poste dal riscaldamento globale e dai cambiamenti climatici.|Shutterstock

Lanciati come la locomotiva che ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, viaggiamo incapaci di fare alcunché verso un apartheid climatico, un mondo dove "i ricchi" potranno proteggersi dalle conseguenze più devastanti del riscaldamento globale, mentre "i poveri" si troveranno senza difese, esposti loro malgrado a fame, malattie e distruzione. Il cambiamento climatico indotto dall'aumento della temperatura media del pianeta sarà tra i primi fattori di segregazione del XXI secolo: un colpo di spugna capace di cancellare 50 anni di progresso e di benessere, con importanti ricadute economiche e sulla salute globale.

 

La denuncia arriva da un rapporto che Philip Alston, esperto di diritto internazionale e relatore speciale per le Nazioni Unite sulla povertà estrema, ha sottoposto lunedì 24 giugno al Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU.

 

Un conto insostenibile. Le popolazioni più povere saranno le più duramente colpite dall'aumento delle temperature, dalla crisi alimentare legata alla siccità e ai disastri climatici, e dalle malattie e dai conflitti che ne deriveranno. Sui Paesi in via di sviluppo peserà il 75% almeno dei costi del global warming, nonostante la metà più povera della popolazione mondiale sia responsabile del 10% appena delle emissioni più dannose.

 

In queste nazioni, il riscaldamento globale rischia di vanificare 50 anni di progressi nell'eradicazione di infezioni, nella sicurezza alimentare, nello sviluppo economico e nella riduzione della povertà, un monito che era già arrivato da precedenti studi, che indicavano nel global warming un Robin Hood al contrario.

Salvarsi: una questione di soldi. All'altro estremo della forbice, i Paesi industrializzati hanno già pronte (o non avranno difficoltà ad approntare) soluzioni, anche di emergenza, per mitigare agli effetti drammatici dei cambiamenti climatici. Aston porta l'esempio di Sandy, l'uragano che colpì duramente New York nel 2012, lasciando la maggior parte dei cittadini senza corrente elettrica. In quel frangente, afferma, «la sede di Goldman Sachs era protetta da decine di migliaia di sacchi di sabbia, e la corrente era assicurata dai generatori». Questa diversa capacità di gestire l'emergenza ha suggerito la scelta del termine apartheid (separazione) per descrivere una condizione di cui le istituzioni (a cominciare dalle Nazioni Unite) sono responsabili.

 

Aston critica la mancanza di risposte di politica ambientale negli ultimi decenni: una indolenza motivata non solo dalla posizione di potere di figure che agiscono per il loro tornaconto, in direzione opposta a quella della salute ambientale, come i presidenti Trump e Bolsonaro, ma anche dalle decisioni troppo tiepide delle classi politiche di molti Paesi, che non hanno dato alla questione ambientale il peso che meritava fin dall'inizio.

 

Migranti climatici. Le violazioni di diritti umani fondamentali come quello alla salute, a un'abitazione sicura e alla sicurezza alimentare rischiano di avere ripercussioni sulla tenuta delle istituzioni democratiche. Secondo Alston, entro il 2050, i cambiamenti climatici potrebbero lasciare senza casa 140 milioni di persone tra Africa sub-sahariana, Asia meridionale e Sud America.

 

Adesso, la riduzione delle emissioni non è più soltanto una questione ambientale, ma una misura necessaria al rispetto dei diritti umani.

 

27 Giugno 2019 | Elisabetta Intini