Ecologia

Geoingegneria: una barriera sottomarina di 100 metri fermerebbe la fusione dei ghiacciai?

Si torna a parlare di geoingegneria per contrastare lo scioglimento dei ghiacciai e arginare l'innalzamento del livello dei mari. Ecco due (discutibili) progetti.

Il livello degli oceani sta crescendo a causa dell'innalzamento delle temperature e del conseguente scioglimento dei ghiacciai. Le stime più recenti prevedono che, di questo passo, entro il 2100 le acque si alzeranno di circa mezzo metro, e che nei successivi due secoli potrebbero arrivare addirittura a 9 metri, cancellando dalle mappe alcune tra le più note città del mondo: New York, Los Angeles, Sydney, Dubai, Istanbul, Shanghai, Barcellona, Amsterdam, Venezia... Al netto di fondamentali politiche ambientali che contrastino il cambiamento climatico, si torna parlare di progetti di geoingegneria per provare a risolvere il problema della fusione dei ghiacciai.

Il ghiacciaio del Titanic. In un articolo pubblicato lo scorso 6 gennaio sul New York Times è stata approfondita la possibilità di costruire una barriera sottomarina al fine di proteggere dall'erosione il ghiacciaio di Jakobshavn, lo stesso da cui probabilmente si staccò il famoso iceberg che nel 1909 affondò il Titanic. Ospitato da un fiordo sulle coste occidentali della Groenlandia e conosciuto in lingua locale come Sermeq Kujalleq, il ghiacciaio viene minacciato dalle correnti calde che agiscono a 300 metri di profondità e che lo stanno erodendo da decenni. Si stima che il 4% dell'innalzamento degli oceani sia dovuto allo scioglimento di questo singolo ghiacciaio in grado di drenare ogni anno dai 30 ai 50 miliardi di tonnellate di acqua dalle calotte groenlandesi.

Dal muro alla tenda. A promuovere la costruzione di una muraglia subacquea alta 100 metri per risolvere il problema è stato il glaciologo britannico John Moore. L'idea gli è venuta quando ha notato che nelle profondità marine, all'ingresso del fiordo del Jakobshavn, esiste già una cresta naturale lunga 5 km che sporge per diverse centinaia di metri dal fondo dell'oceano. Perché non espandere tale cresta per deviare le correnti, consentendo al ghiacciaio di rigenerarsi? La proposta di Moore è stata sposata dal collega e connazionale Michael Wolovick e, nel 2018, i due hanno pubblicato assieme un primo articolo nel quale descrivono come effettuare i lavori utilizzando sabbia e ghiaia. La loro idea fu però scartata perché costosa e complicata, dato che servirebbero dai 10 ai 20 anni per portare a compimento il progetto.

Sipario sottomarino. Un'altra proposta dei due scienziati è stata quella di costruire una sorta di gigantesca "tenda" (senza usare materiali plastici) e di ancorarla al fondale. Questa dovrebbe galleggiare abbastanza in alto da deviare le correnti, ma non così tanto da raggiungere la superficie. L'intervento, stimano i ricercatori, costerebbe non meno di 500 milioni di dollari, ma se funzionasse potrebbe essere riproposto in altre aree del mondo, a partire dall'Antartide.

La comunità scientifica, però, ha reagito con cautela, sollevando questioni circa la fattibilità di questa grande opera di geoingegneria e, più in generale, avviando un dibattito sull'opportunità o meno di manipolare su così larga scala i processi ambientali. Di certo, se al contempo tutti i Paesi del mondo lavorassero alla riduzione delle emissioni di carbonio in modo significativo, non si renderebbero necessari muri, tende o esborsi considerevoli per venire a capo di un problema così urgente.

22 gennaio 2024 Simone Valtieri
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