Ecologia

Focus Next 30 - Il riciclo dei rifiuti: ieri, oggi, domani

Nel 1992 usciva in edicola il primo Focus. Che cosa è cambiato da allora? Scopriamolo leggendo quello che scrivevamo 30 anni fa a proposito del riciclo dei rifiuti. E diamo uno sguardo nel futuro.

Trent'anni fa il tema dei rifiuti era già più che mai attuale. Ogni anno, scrivevamo sul numero 4 di Focus, si producevano nel mondo 1.462 milioni di tonnellate di rifiuti industriali, ai quali si aggiungevano quelli domestici: circa un chilo al giorno per abitante nei Paesi industrializzati, mezzo chilo o meno in quelli in via di sviluppo. Solo in Italia, si arrivava a 97 milioni di tonnellate in totale.

Ieri non c'era la raccolta differenziata, né il riciclo su larga scala: l'80% dei rifiuti finiva in discarica e solo il 20% era recuperato. 

Che fine facevano? «Per quelli municipali, almeno in Europa, è prevista la sistemazione in discarica secondo il principio della prossimità alla zona di produzione», rispondeva Riccardo Santacroce, del ministero dell'Ambiente, «Quelli industriali fino a qualche anno fa erano invece oggetto di un pericoloso trasporto che varcava i confini internazionali». Così i materiali tossici finivano nei Paesi più poveri, che "raramente hanno le strutture tecniche adatte allo smaltimento". Vittima privilegiata delle attività antropiche sono – ed erano – i fiumi. «Nel 1986, a Basilea, 33 tonnellate di sostanze tossiche vennero rilasciate nel fiume Reno», scrivevamo. E poi, «sempre nel Reno, ogni anno finiscono ben 10mila tonnellate di sostanze tossiche».

L'importanza di riciclare. C'era già la consapevolezza dell'importanza del riciclo, soprattutto di alcuni materiali come l'alluminio, il Pet, la carta, il vetro (i numeri sulla vita media degli oggetti pubblicati allora, in prima approssimazione, sono validi ancora oggi). E, nel n. 6 di Focus, segnalavamo il pericolo delle microplastiche, sulle quali all'epoca c'era molta meno attenzione di quanta cene sia oggi. Scrivevamo infatti, a proposito del polistirolo, «Se viene lasciato nel terreno non si degrada, ma con il passare del tempo può irrigidirsi e poi spezzettarsi in particelle minuscole e quindi meno visibili».

D'altra parte, all'epoca, non c'erano i sacchetti in materiale compostabile utilizzati oggi, e quindi una scheda specifica era dedicata ai sacchetti in Pet, che possono impiegare secoli a degradarsi. Altro oggetto divenuto ormai obsoleto: la scheda telefonica in polietilene (usata allora per il credito telefonico, in lire, ndr), che poteva contaminare l'ambiente per millenni («La Sip - la società per le telecomunicazioni dell'epoca, ndr - ha dotato ogni telefono di cassettine per la raccolta delle carte usate, proprio per evitare che queste vengano buttate per terra»). Fortunatamente, le schede telefoniche di allora sopravvivono oggi soprattutto nelle raccolte dei collezionisti.

Post guerra fredda. Soprattutto, rispetto a oggi, a essere diverso era il contesto storico, sociale e politico. Era d'attualità, allora, la differenza tra i "Paesi dell'Est" (Europa) e quelli dell'Europa Occidentale, tanto che si parlava ancora di una "ex Germania Orientale" e di una "Germania Occidentale": la riunificazione era avvenuta da appena un anno e il riferimento internazionale per il tema dell'articolo era la Convenzione di Basilea del 22 marzo 1989 sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione. «Non si è trattato di un'operazione semplice», enfatizzava l'articolo. «La convenzione risale al 1989, entrerà in vigore solo a partire da quest'anno nei Paesi delle Nazioni Unite, e sarà effettivamente operativa per i Paesi Europei solo dopo la ratifica del Parlamento Europeo, e quindi tra un anno circa». La convenzione sarebbe entrata in vigore in Italia l'8 maggio 1994.

Oggi l'Italia è la migliore in Europa per capacità di riciclare e valorizzare i rifiuti: il 79% di quelli prodotti contro il 56% della Francia, il 50% del Regno Unito e il 43% della Germania.

Il mondo affoga negli scarti che produce. Lo si capisce dal semplice confronto tra i dati sui rifiuti che fornivamo nel 1993 e quelli attuali. Con un'avvertenza: la fotografia di tre decenni fa era assai più lacunosa di quella odierna, perché i sistemi di raccolta dei dati, all'epoca, erano molto più imprecisi. E così, se allora si parlava di circa 1,5 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali prodotti nel mondo, oggi sappiamo che soltanto nell'Unione Europea (dati 2019) gli scarti di questo tipo ammontano a circa 2 miliardi di tonnellate e a quasi 8 miliardi di tonnellate negli Stati Uniti secondo l'Epa, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente. Se in Italia nel 1993 si calcolavano 94 milioni di tonnellate complessivi di materiale che all'80% finiva in discarica e solo per il 20% veniva riciclato o recuperato, oggi il volume è doppio rispetto ad allora: circa 188 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 156 "speciali", derivanti dall'industria e dalle attività economiche, e 32 generati dai cittadini con i loro scarti domestici.

Eppure l'Italia è un'autentica isola felice nella gestione e nel trattamento dell'immondizia. Secondo un recente rapporto del Comieco, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica, siamo di gran lunga i migliori in Europa per capacità di riciclare e valorizzare i nostri rifiuti: ben il 79% di quelli prodotti, contro il 56% della Francia, il 50% del Regno Unito e il 43% della Germania. Dati ancora più significativi se si pensa, come evidenzia la Banca Mondiale, che un terzo dei 2 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani raccolti ogni anno nel mondo non vengono trattati in nessun modo.

Dichiarazioni obbligatorie. I dati nazionali di settore sono disponibili sul sito dell'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che cura e pubblica il Catasto nazionale dei rifiuti e fornisce una dettagliata serie di indicatori. «Ogni anno», spiega Valeria Frittelloni, responsabile per Ispra del Centro nazionale dei rifiuti e dell'economia circolare, «raccogliamo le dichiarazioni che tutti i produttori di rifiuti italiani, enti pubblici e imprese hanno l'obbligo di redigere. Si tratta dei Mud (modelli unici di dichiarazione aziendale), che nel corso degli anni si sono fatti sempre più dettagliati e ricchi di voci». Il risultato è che oggi conosciamo con precisione la raccolta di ogni comune e come questa viene suddivisa tra centri di selezione e recupero, termovalorizzatori, compostaggio o discarica. «La dichiarazione Mud», spiega Frittelloni, «è stata introdotta nel 1994 ed è quindi a partire da quell'anno che abbiamo dati omogenei e attendibili sul settore». Dalle analisi Ispra emerge anche un altro dato significativo: ogni italiano produce in media 308,47 kg di rifiuti in un anno, contro gli oltre 800 kg di statunitensi e danesi, i popoli più "spreconi".

rifiuti in italia: ieri, oggi, domani
L'infografica mostra nel dettaglio l'evolversi del problema dello smaltimento dei rifiuti in Italia negli ultimi 30 anni. © Focus
Quantità dei rifiuti in Italia
Nella tabella a sinistra, l'andamento della produzione dei rifiuti urbani dal 1995 al 2019 nel nostro Paese. Di fianco, l'evolversi della gestione dei rifiuti speciali prodotti dal 1997 al 2019. © Focus

Ciò che ha determinato il salto di qualità nel nostro modo di affrontare il problema è stata l'istituzione nel 1997, con il cosiddetto decreto Ronchi, del sistema dei consorzi obbligatori per la gestione dei rifiuti. Ne esistono una dozzina in Italia, che si occupano di raccogliere gli imballaggi in plastica, alluminio, acciaio, carta e cartone, legno, vetro, oppure altri prodotti di scarto come oli minerali o alimentari e batterie. A loro si aggiungono associazioni, consorzi o società che gestiscono la raccolta di rifiuti particolari, come gli pneumatici o le apparecchiature elettroniche. «La loro attività», dice Valeria Frittelloni, «è finanziata dai contributi ambientali compresi nel prezzo al pubblico di ogni articolo venduto in Italia». Con questo meccanismo il nostro Paese è riuscito ad alimentare un'efficiente economia dei rifiuti che, secondo le stime più recenti di Eurostat, produce un valore di 19,5 miliardi di euro, l'1,1% del prodotto interno lordo. Le attività di riciclo, riuso e riparazione sviluppano inoltre 1,9 miliardi di euro di investimenti e danno lavoro a 519mila addetti.

Criminalità contro circolarità. Il mercato è talmente florido da solleticare anche gli appetiti della criminalità organizzata, come evidenziano i rapporti annuali di Legambiente sulle "ecomafie". L'ultimo pubblicato, reOggi lativo al 2020, indica una flessione del fatturato illegale legato al ciclo dei rifiuti, probabilmente dovuto alla chiusura di molte attività a causa del CoVID-19, ma pur sempre stimato intorno a 10,4 miliardi di euro. Ma a fronte di questo lato oscuro emerge anche il ruolo trainante dell'Italia nell'economia circolare, una concezione delle attività e dei beni prodotti che, partendo dalla loro progettazione fino allo smaltimento, punta a rimettere in circolo le materie prime o l'energia utilizzate nella produzione. Secondo la rete Cen (Circular Economy Network), promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dall'Enea, l'Italia per la terza volta consecutiva, nel 2021, è al primo posto in Europa per la percentuale di occupati nell'economia circolare, pari al 2,1% dei lavoratori di tutti i settori e superiore alla media Ue, che si attesta all'1,7%.

Questo impegno di istituzioni e aziende ha portato anche a una profonda rivoluzione tecnologica, che ha seguito di pari passo il modo in cui è cambiato il tipo di rifiuto da trattare negli ultimi trent'anni. Un esempio emblematico è quello dei termovalorizzatori, un tempo noti come inceneritori. «Rispetto ai primi impianti, che risalgono a più di un secolo fa e si limitavano a bruciare soprattutto scarti organici», spiega Stefano Cernuschi, docente di Ingegneria sanitaria e ambientale al Politecnico di Milano, «quelli attuali adottano tecnologie di combustione in grado di adattarsi praticamente a qualsiasi tipo di rifiuto. Inoltre, dato l'alto contenuto di energia degli scarti attuali, il termovalorizzatore ha smesso di essere soltanto uno strumento per lo smaltimento ed è divenuto una risorsa energetica».

In Italia oggi operano, secondo Ispra, circa 50 impianti di incenerimento per i rifiuti solidi urbani e circa 385 per i rifiuti speciali. «Sono estremamente controllati», dice Cernuschi, «dotati di sensori per monitorare costantemente i contenuti di sostanze nei fumi di combustione e le emissioni nocive, oggi limitate a percentuali tra le più basse del mondo industriale». Questi impianti producono energia termica che può essere usata per generare elettricità ma anche per alimentare impianti di teleriscaldamento e quindi portare calore nelle abitazioni «andando a sostituire», spiega Cernuschi, «le caldaie centralizzate o quelle autonome, che non sono invece sottoposte a controlli delle emissioni così raffinati e attenti come avviene per i termovalorizzatori». In un prossimo futuro questi impianti saranno anche in grado di recuperare l'anidride carbonica prodotta dalla combustione per riutilizzarla nell'industria, come si sta testando nel sito di Copenaghen, noto per l'architettura avveniristica che lo ha dotato anche di una pista da sci integrata nella copertura.

Tecnologie italiane. Ricercatori dell'Enea hanno invece brevettato un processo termochimico per ricavare dai rifiuti metano e idrogeno, con l'apporto di calore proveniente da fonti rinnovabili. Anche in questo caso l'anidride carbonica prodotta viene recuperata e riutilizzata. L'idrogeno "verde" così ottenuto potrà essere usato per fornire energia pulita alle industrie o ai mezzi di trasporto. Ma aziende e centri di ricerca italiani sono in prima linea nello sviluppo di tecnologie di recupero ampiamente utilizzate in tutto il mondo e in tutti i settori. Giusto qualche esempio. L'Istituto Italiano di Tecnologia da anni sta lavorando a sistemi per produrre gomme e plastiche biodegradabili dai rifiuti alimentari, così come Novamont, che ha ideato il Mater-bi, plastica biodegradabile ricavata da scarti urbani e di lavorazione delle aziende agricole. Di ideazione italiana sono poi molti processi industriali che consentono di ottenere gomme e plastiche di alta qualità da scarti di lavorazione o da rifiuti, come pneumatici o bottiglie d'acqua in Pet. I casi virtuosi sono tantissimi e pongono l'Italia al vertice della catena globale dell'economia circolare.

Domani il processo dello smaltimento dei rifiuti sarà molto più efficiente, grazie anche all'intelligenza artificiale e ai robot.

Lo speciale sullo smaltimento dei rifiuti è stato pubblicato su Focus 351 (gennaio 2022). Leggi anche il nuovo numero di Focus.
Lo speciale sullo smaltimento dei rifiuti è stato pubblicato su Focus 351 (gennaio 2022). Leggi anche il nuovo numero di Focus. © Focus

Robot, intelligenza artificiale e Internet delle cose. Saranno con ogni probabilità questi tre ingredienti a trasformare, in un futuro già prossimo, il modo con cui affronteremo il problema dei rifiuti. A indicarlo è un rapporto pubblicato a fine 2020 dall'Agenzia europea per l'ambiente, che delinea le tecnologie emergenti nel settore. A partire dalla raccolta, per la quale i camion compattatori saranno equipaggiati con sensori in grado di segnalare squilibri del carico che potrebbero sbilanciare il mezzo e di riconoscere il contenuto dei bidoni e i proprietari, in modo da segnalare e sanzionare eventuali irregolarità nella separazione dei rifiuti, quanto mai importante per un corretto riciclaggio. Non solo. Sensori Gps consentiranno di individuare in ogni momento la posizione dei mezzi per ottimizzare il loro percorso e ridurre gli intralci al traffico.

Nei centri di trattamento dei rifiuti, bracci robotici sensorizzati, guidati da algoritmi di intelligenza artificiale, saranno in grado, ancora meglio di quanto venga fatto già ora, di separare in modo estremamente preciso i rifiuti, per esempio anche riconoscendo vari tipi di plastica, gomma o vetro, per consentirne un riutilizzo più efficace. Un ulteriore impulso arriverà anche da nuove applicazioni, che consentiranno per esempio di creare marketplace, simili a quelli con cui oggi vendiamo i vestiti usati, per mettere in contatto i produttori di rifiuti specifici o speciali – hotel, ristoranti e ospedali – con aziende specializzate nella raccolta. Insomma, anche il settore dei rifiuti beneficerà sempre più delle tecnologie digitali che stanno trasformando la nostra vita in ogni ambito di attività.

20 febbraio 2022 Focus.it
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