Ecologia

Dissesto idrogeologico: perché non tutti lo temono allo stesso modo

Alcuni fattori psicologici possono influire sulla fiducia nella scienza e nelle misure di mitigazione nelle aree interessate da rischio idrogeologico.

L'Italia è fra i Paesi europei più interessati da importanti fenomeni attribuibili al generale dissesto idrogeologico di molte zone del Paese: 9 comuni su 10 sorgono in aree altamente propense a frane e alluvioni, e nel 16,6% del nostro territorio, in seguito a precipitazioni abbondanti, questo rischio è molto elevato (dati ISPRA 2018). Non sempre però il rischio idrogeologico reale equivale al rischio avvertito e, di conseguenza, alla disponibilità dei cittadini ad adottare comportamenti preventivi e di mitigazione. Quali sono i fattori che influenzano la percezione del rischio ambientale?

Rapporto con la natura, distanza dagli eventi. «Il nostro gruppo di ricerca si è concentrato su due temi in particolare, il senso di connessione con l'ambiente e il senso di distanza psicologica», spiega a Focus.it Federica Spaccatini, ricercatrice di Psicologia Sociale dell'Università di Milano-Bicocca e autrice di uno studio che indaga sul modo in cui i meccanismi cognitivi individuali influenzano la percezione del rischio idrogeologico. «L'idea di partenza è che le persone che si sentono meno interconnesse alla natura e che percepiscono la propria esistenza come indipendente da ciò che succede nell'ambiente intorno a sé siano più portate a sottostimare il rischio e, quindi, siano meno propense a mettere in atto comportamenti di mitigazione o a sostenere politiche pubbliche di mitigazione.»
 
«L'altro tema cruciale è quello della distanza psicologica», prosegue la ricercatrice. «Infatti, uno dei vincoli più evidenti quando parliamo di percezione dei cambiamenti climatici e del rischio ambientale è che le persone tendono spesso a pensare a questi fenomeni come lontani nel tempo e nello spazio e come eventi astratti. Questa distanza fa sì che le persone si attivino meno a livello emotivo e anche a livello di risposta comportamentale per mitigare il rischio ambientale. I dati del nostro studio hanno confermato queste due ipotesi».

Nel lavoro, pubblicato sul Journal of Applied Social Psychology, Spaccatini e colleghi hanno sottoposto un questionario online a 191 partecipanti residenti sia in regioni italiane ad alto rischio idrogeologico, come la Liguria, sia in aree più sicure (così da coinvolgere volontari con gradi diversi di esperienza pregressa di alluvioni). Le domande hanno permesso di valutare lo stile cognitivo dei partecipanti, il senso di connessione con l'ambiente e il senso di distanza psicologica dagli eventi. È emerso così che la distanza psicologica e lo stile cognitivo giocano un ruolo nella percezione del rischio ambientale e, di conseguenza, hanno un effetto sulla propensione delle persone a mettere in atto comportamenti di mitigazione.

Come cambia la percezione del rischio in chi ha avuto esperienza diretta di eventi avversi? La risposta non è scontata e anche la lettura scientifica riporta risultati contrastanti. Spiega Spaccatini: «Da una parte, le persone che hanno avuto esperienza con disastri naturali ed eventi idrogeologici gravi sembrano percepire maggiormente il rischio ambientale, dall'altra, però, alcuni studi hanno evidenziato il cosiddetto effetto "near miss": persone che vivono in aree a rischio e che sono state coinvolte da eventi avversi, ma che non hanno subito danni, possono paradossalmente percepire un rischio inferiore rispetto a persone che non hanno vissuto quell'esperienza. Anche la familiarità con il rischio ha un effetto analogo: quando l'evento avverso è percepito come più vicino, è anche possibile che venga percepito come più controllabile, e faccia meno paura». © Shutterstock

Visione di insieme o attenzione al dettaglio. «Inoltre - continua Spaccatini - i dati mostrano come il senso di connessione con l'ambiente e la distanza psicologica siano, a loro volta, influenzati dallo stile cognitivo e dalle modalità di pensiero degli individui: chi adotta uno stile di pensiero più olistico (ovvero dà maggiore importanza al contesto nel suo insieme) tende a sentirsi più interconnesso con l'ambiente, percepisce una minore distanza psicologica dall'evento avverso, percepisce maggiore rischio ambientale e mostra un atteggiamento più favorevole verso le misure di mitigazione del rischio sia a livello individuale sia a livello pubblico rispetto a chi è più analitico (che tende cioè a concentrarsi di più sui dettagli).

Gli individui con uno stile cognitivo olistico tendono a percepire gli eventi e gli oggetti come essenzialmente interconnessi e, al fine di comprenderli, tendono a orientare la propria attenzione verso le relazioni tra questi oggetti e il contesto. Al contrario, uno stile cognitivo analitico pone l'accento su un elemento centrale e sui suoi attributi, indipendentemente dal contesto: utilizzando la metafora della foresta, è possibile osservare una distesa di alberi restringendo la propria attenzione sul dettaglio (l'albero all'interno della foresta), oppure allargando il proprio punto di vista osservando la realtà in maniera più ampia (la foresta nel suo insieme). Queste fondamentali differenze influenzano l'attenzione, la percezione, la memoria, il ragionamento, i comportamenti, inclusi ovviamente i comportamenti pro-ambientali».

Proteggere dai rischi ambientali. Lo studio si inserisce all'interno di un progetto più ampio (FLORIMAP) finanziato dalla Fondazione Cariplo e coordinato dal Prof. Renzo Rosso e dal suo gruppo di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano. «Lo scopo del progetto è appunto quello di affiancare all'analisi del rischio di inondazione, dell'esposizione e della vulnerabilità di persone e infrastrutture condotta dai colleghi di ingegneria, un'analisi sulla percezione del rischio», precisa Simona Sacchi, Professore ordinario di Psicologia Sociale all'Università di Milano-Bicocca a capo dell'unità di psicologia del progetto.
 
«Queste prospettive sono perfettamente complementari se pensiamo che la percezione del rischio influenza il comportamento delle persone e delle comunità, facendo così aumentare o diminuire proprio l'esposizione e la vulnerabilità ai rischi ambientali. Credo sia un esempio eccellente di come le scienze hard e le scienze sociali possano collaborare per trattare un tema così complesso.»

Comunicare meglio per salvare vite. Uno dei principali obiettivi del progetto è fornire indicazioni utili non solo alla comunità scientifica ma anche alla popolazione, ai policy-makers, agli esperti di protezione civile. Si potrebbero infatti utilizzare strategie di comunicazione ad hoc per ridurre il senso di distanza percepito da eventi ambientali avversi, per aumentare il senso di connessione con la natura o, ancora, incoraggiare una percezione olistica del rischio ambientale.
 
«Uno dei nostri fini è sicuramente individuare strategie di comunicazione efficaci», continua Sacchi. «In uno studio precedente il nostro gruppo di ricerca ha verificato sperimentalmente come eseguire dei semplici compiti finalizzati a modulare il livello di olismo dei partecipanti fosse già in grado di influenzare la percezione del cambiamento climatico. Sebbene a livello culturale, nel mondo occidentale, lo stile cognitivo analitico sia predominante, non dobbiamo pensare che queste variabili siano immutabili.»
 
Lavorare sulle percezioni individuali potrebbe rivelarsi una strategia più efficace e meno divisiva rispetto, per esempio, quella di portare il discorso ambientale sul piano ideologico. «Queste prospettive possono essere fruttuosamente integrate per aumentare la sensibilità delle persone e della collettività sui temi ambientali, muovere dei comportamenti virtuosi a livello individuale, incoraggiare il supporto sociale a politiche ambientali sempre più necessarie e impellenti.»

10 maggio 2021 Elisabetta Intini
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