Ecologia

Deforestazione e catastrofi naturali: la mappa dei Paesi più colpiti

Una volta perduta la ‘cintura di sicurezza’ verde, le popolazioni colpite dagli eventi estremi diventano più vulnerabili. Dallo tsunami del 2004 a Sumatra a quello del Giappone del 2011, dalle alluvioni in Bangladesh all’uragano Mitch del Centro America

Roma, 17 mag. - (AdnKronos) - Esiste un drammatico collegamento tra deforestazione e catastrofi naturali. Secondo il Global Forest Watch l’uomo ha spogliato il pianeta del 30% della sua copertura forestali e di quel che rimane solo il 15% è ancora intatto. Questo ha ridotto la capacità dei sistemi naturali di proteggere il pianeta e la sua popolazione in caso di alluvioni, uragani e terremoti. Nel solo 2013 i disastri ambientali hanno causato 22 milioni di profughi, 22.600 morti per un totale di 330 accadimenti.

La deforestazione rende il territorio più vulnerabile perché le foreste consolidano il terreno, assorbono le piogge in eccesso e assicurano cibo alle popolazioni colpite. Per questo è indispensabile raggiungere una "Deforestazione Zero" entro il 2020. E' la posizione del Wwf che nell’ambito della campagna per ‘il cuore verde del mondo’ ha disegnato la mappa degli eventi naturali più disastrosi degli ultimi decenni analizzando l’effetto negativo sulle popolazioni locali.

Una volta perduta questa ‘cintura di sicurezza’ verde le popolazioni colpite dagli eventi estremi diventano più vulnerabili. Dallo tsunami del 2004 a Sumatra a quello del Giappone del 2011, dalle alluvioni in Bangladesh all’uragano Mitch del Centro America, la mappa del Wwf passa in rassegna gli episodi più gravi evidenziando anche l’alto tasso di deforestazione dei paesi colpiti.

L'Asia è il continente più flagellato da inondazioni, tsunami, alluvioni e siccità. Ma sono senz’altro le vittime della siccità (calcolata in 9,6 milioni dal 1900 ad oggi) il numero predominante. Qui la deforestazione ha cancellato almeno il 35% delle foreste di mangrovie: il ritmo di deforestazione delle foreste di mangrovie è 3-5 volte più intenso di quello delle altre foreste. In alcuni Paesi, come India, Filippine e Vietnam, la distruzione di mangrovie sale addirittura al 50%.

Nel 2007 in Bangladesh queste foreste furono cruciali per ridurre gli effetti micidiale del ciclone. La Thailandia, drammaticamente coinvolta nello tsunami del 2006, dal 1970 ad oggi ha perso un terzo della superficie di mangrovie e quindi della loro protezione. Anche il Nepal ha perso tra 1990-2010 quasi un quarto delle sue foreste (24,5%) e questo ha contribuito a rendere estremamente vulnerabile ai disastri ambientali il Paese. Qui il 70% della popolazione dipende per la propria sopravvivenza dalle foreste. Ma, secondo il World Resources Institute, il Nepal è anche all’undicesimo posto nel mondo per emissioni dovute alla deforestazione e ad altre utilizzi del territorio.

Haiti è vittima del degrado dei servizi ecosistemici e della cattiva gestione del territorio. Anche a causa della deforestazione (quasi il 100% della superficie forestale originale è stato distrutto e ne rimane in piedi un misero 2%) l’isola si è trovata ad affrontare una fitta serie di catastrofi naturali tra cui alluvioni, smottamenti, frane a cui si aggiunge la costante l’erosione del suolo non protetto dalla copertura forestale.

Alla fine degli anni ‘90 la Cina aveva perso l’80% delle foreste originarie e questo portò a siccità e desertificazione, alluvioni ed esondazioni, come quella dello Yangtze nel 1998 che produsse 4.100 vittime e quasi 14 milioni di sfollati. Frane e smottamenti colpirono i versanti spogliati dalla copertura forestale di montagne e colline. Il governo, in ritardo, impose una moratoria sulla deforestazione con programmi di riforestazione.

Moratoria che riguarda solo le foreste nazionali: la Cina è diventata il maggiore mercato per l’importazione di legname tropicale passando dai 15 milioni di metri cubi del 2000 agli oltre 45 milioni del 2013. Anche le importazioni di segati di conifere dai Paesi europei sono aumentati di sei volte. Insomma la Cina ferma il taglio delle proprie foreste ma disbosca il resto del pianeta.

Il Giappone invece rappresenta un modello virtuoso: con un profilo di 34.000 km, 1300 km di coste giapponesi sono protetti da una cintura di alberi. Nel disastroso maremoto del 2011, alcune di queste foreste hanno assorbito una parte dell’energia dello tsunami mitigandone i danni. La zona costiera di Wakabayashi Ward, ad esempio, è stata travolta da onde alte 7 metri, che dopo l’impatto con le foreste si sono ridotte ad appena 40 cm, salvando molte vite. Dopo questa esperienza il Giappone ha migliorato, rafforzato ed esteso la fascia di foreste costiere dedicate alla prevenzione dei disastri. In Giappone il 32% del territorio è coperto da foreste in gran parte protette.

In Bangladesh quasi il 95% di foreste scomparso e il Paese è vittima di alluvioni, cicloni, tempeste, inondazioni, erosione costiera, frane e soffre una diffusa erosione e perdita di fertilità dei suoli. In Indonesia deforestazione fa rima con ‘corruzione’: è uno dei dieci fronti più drammatici di deforestazione planetaria. Quasi l’80% della deforestazione in questo Paese è di origine illegale.

Con la perdita nel periodo 2000-2012 di ben 6 milioni di ettari di foresta naturali (una superficie grande quanto metà Inghilterra) l’Indonesia ha addirittura superato in termini di deforestazione, nel 2012, il ben più grande Brasile. Dal 1900 a oggi il tasso di deforestazione in questo Paese è aumentato del 39% portando alla perdita di più di del 30% della copertura forestale originaria di cui il 20% solo tra il 1990 e il 2010.

Disastri acuiti dalla deforestazione ci sono anche la Malesia (alluvioni del 2014, perdita di oltre il 10% di foreste), Filippine (cicloni, inondazioni e valanghe, il Paese ha azzerato la propria protezione forestale 94%), in Africa il Malawi (un quinto delle foreste scomparse in 20 anni e inondazioni con migliaia di vittime), il Madagascar (in pochi decenni ha ridotto la copertura forestale a meno dell’80%, 200.000 ettari l’anno vengono ancora rasi al suolo), il Sudan.

In Centro America l’uragano Mitch ha fatto 18.000 vittime. Le montagne deforestate del Centro America (il solo Nicaragua ha perso il 21,7% delle proprie foreste dal 1990 al 2010) non riuscirono a contenere l’enorme portata delle precipitazioni, dando origine a valanghe, colate di fango e inondazioni.

E in Europa? L’Europa ha perso nei secoli quasi tutte le foreste primarie. Estinte ormai tutte le foreste planiziali che riempivano, contenendo le acque e proteggendoci, le valli e le pianure. Dai balcani alla gran bretagna, dalle pianure francesi alla penisola iberica fino alle coste italiane, le nostre economie pagano con gli interessi il nostro intervento sugli ecosistemi forestali. Nel Nord Europa la perdita di foreste inasprisce il clima, aumenta la forza dei venti, riduce le temperature invernali e aumenta lo spessore del terreno congelato.

Nell'Europa centrale la perdita di foreste riduce l’evapotraspirazione con un impatto sulle precipitazioni anche dei territori più interni e quindi sulla produttività agricola. Nell'Europa mediterranea il progressivo inaridimento del Mediterraneo dovuto alla deforestazione ha un impatto sui sistemi climatici di tutta l’Europa e contribuisce alle ondate di calore che colpiscono il continente.

17 maggio 2015 ADNKronos
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