Ecologia

COP28: che cosa aspettarsi dalla conferenza sui cambiamenti climatici a Dubai

Dal 30 novembre al 12 dicembre si discuterà di emissioni e clima durante la COP28, quest'anno ospitata dal principale esportatore di petrolio e gas.

A Dubai, la città costruita sui profitti dell'estrazione e del commercio di petrolio andrà in scena, nella prima metà di dicembre 2023, la principale occasione dell'anno per discutere di energia, emissioni e crisi climatica. La COP28, la ventottesima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, infatti non è partita esattamente con il piede giusto.

Nessuna sorpresa. Secondo documenti visionati dal Center for Climate Reporting e dalla BBC, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero intenzione di sfruttare il loro ruolo di Paese ospitante della COP28 per siglare accordi bilaterali di estrazione di combustibili fossili con i rappresentanti di governi stranieri. La rivelazione portata dall'inchiesta, peraltro non negata dalla nazione sotto accusa, è una triste conferma dei timori avanzati mesi fa da molte organizzazioni ambientaliste: presidente designato della conferenza è infatti Sultan Al Jaber, amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale ADNOC nonché fondatore della compagnia di Stato sulle energie rinnovabili Masdar. 

Dietro le quinte. I documenti comprendono punti di discussione con la Cina per valutare congiuntamente proposte internazionali sul gas naturale liquefatto (un combustibile fossile composto per il 90% da metano) in Mozambico, Canada e Australia, nonché il sostegno alla Colombia nello sviluppo di risorse basate sui combustibili fossili: secondo la BBC ci sarebbero appunti su possibili interlocuzioni con 13 diversi governi, inclusi quelli di Germania ed Egitto, circa lo sviluppo di progetti basati su fonti fossili.

Inoltre, in queste fonti si intuirebbe la volontà di ADNOC di suggerire ai Paesi produttori di petrolio come il Venezuela e l'Arabia Saudita che "non c'è conflitto tra lo sviluppo sostenibile delle risorse naturali di un Paese e il suo impegno contro i cambiamenti climatici".

Pessime premesse. Quello che è emerge è una grave violazione degli standard di condotta stabiliti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per il Paese che ospita la COP e per il presidente della conferenza, che avrebbe l'obbligo di imparzialità e che dovrebbe agire senza favoritismi, in modo imparziale e senza interessi personali. Il tutto in un contesto che dovrebbe servire a limitare il riscaldamento globale a un massimo di +1,5 °C dall'era preindustriale, la soglia che gli esperti considerano cruciale non varcare per evitare gli impatti peggiori dei cambiamenti climatici.

Obiettivi ambiziosi. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA), per conseguire l'obiettivo senza poter contare su un contributo sostanziale da parte delle tecnologie per la cattura di anidride carbonica (ancora molto arretrate, costose e di ridotta efficacia, rispetto all'entità del problema) occorrerebbe arrivare, entro il 2050, a una situazione dove i combustibili fossili forniscano soltanto il 5% dell'energia.

Un altro rapporto del Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite conferma che per non varcare i +1,5 °C servirebbero la fine praticamente definitiva della produzione di cabone entro il 2040 e la riduzione di tre quarti della produzione di olio e gas entro il 2050.

Le parole sono importanti. La partita alla COP28 si giocherà sul filo della terminologia. Il ruolo dei combustibili fossili come principali responsabili dei cambiamenti climatici di origine antropica è stato citato esplicitamente soltanto nel 2021, nel corso della COP26 di Glasgow. In quell'occasione si discusse molto di decarbonizzazione, decidendo però all'ultimo una piccola ma fondamentale modifica del testo degli accordi finale - da "accelerare gli sforzi per eliminare l'uso del carbone" ad "accelerare gli sforzi per diminuire l'uso del carbone". Una sola parola (in inglese, da phase out, eliminare, a phase down, ridurre), che però fa tutta la differenza.

Inoltre, come spiegato dal New Scientist, nell'accordo di Glasgow ci si riferiva soltanto al carbone "unabated", cioè le cui emissioni non vengano abbattute, per esempio con sistemi di cattura della CO2. Come a dire che continuare a bruciare carbone andrebbe bene, se fossero disponibili sistemi di cattura della CO2.

Che cosa ci si aspetta, ora. Da allora non sono stati fatti passi avanti sul tema, neanche nella COP27 dello scorso anno in Egitto. Per questo sono molti i Paesi che spingono affinché si arrivi a un piano per l'eliminazione (phase down) della produzione e dell'uso dei combustibili fossili. Anche qui bisogna stare attenti al linguaggio utilizzato: l'Unione Europea, per esempio, ha di recente parlato di eliminazione graduale dei combustibili fossili unabated e non dei combustibili fossili in generale.

Il futuro è altrove. E mentre i piani di produzione di combustibili fossili globali finirebbero col traghettarci ben oltre quel fatidico +1,5°C, la IEA ha stimato che la domanda mondiale di questa forma inquinante di fonte energetica arriverà al picco entro il 2030, grazie allo sviluppo accelerato delle rinnovabili.

30 novembre 2023 Elisabetta Intini
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