Ecologia

COP26: le aspettative dei Paesi in via di sviluppo

I Paesi più poveri del mondo sono i meno responsabili della crisi climatica, ma spesso quelli che più ne pagano le conseguenze: ecco cosa sperano si decida alla COP26.

Concluso il G20 di Roma, i leader del mondo si sono riuniti a Glasgow, in Scozia, dove stanno discutendo del clima futuro del Pianeta alla COP26. C'è aria di malcontento, in particolare tra i leader dei Paesi più poveri, i meno responsabili della crisi climatica ma molto colpiti dalle sue conseguenze, che temono che i Paesi industrializzati non si porranno obiettivi abbastanza ambiziosi per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici. «Sembra molto probabile che supereremo il limite dei +1,5 °C, e la cosa mi preoccupa», afferma Gaston Browne, primo ministro di Antigua e Barbuda e presidente dell'Alliance of Small Island States: «per noi si tratta di questioni di vita o di morte.»

Isole addio? Se non riusciremo a limitare l'aumento della temperatura a 1,5 °C rispetto al livello preindustriale, i primi a soffrirne le conseguenze saranno i piccoli stati insulari, che verranno sommersi a causa dell'innalzamento del livello dei mari e spazzati via dagli uragani. «A +1,1 °C il mio Paese è già danneggiato dai cambiamenti climatici», spiega al Guardian Bruce Billimon, ministro della sanità delle isole Marshall: «a +1,5 °C la popolazione sarà in pericolo.» Secondo Browne il problema è che i Paesi industrializzati continuano a guardare al proprio profitto presente, senza pensare al futuro: «Gli interessi del settore privato hanno influenzato le decisioni del G20, e il risultato è una mancanza di piani chiari», afferma, sottolineando come la priorità sia salvare il Pianeta, e non proteggere gli interessi privati.

Patti chiari, amicizia lunga. I leader dei Paesi poveri chiedono, per la COP26, un piano più ambizioso per ridurre le emissioni di gas serra. Secondo Steve Victor, ministro dell'ambiente della Repubblica di Palau, uno stato insulare del Pacifico appartenente alla regione della Micronesia, i grandi del mondo dovrebbero eliminare progressivamente il carbone (cosa che ancora non sono riusciti a fare) e smettere di finanziare i combustibili fossili. «Il messaggio è semplice», conclude: «Mostrateci la vostra maggiore ambizione. I prossimi dieci anni sono decisivi: se non riusciremo a dimezzare le emissioni entro il 2030, le speranze di rimanere entro il limite di +1,5 °C svaniranno per sempre, e con esse dovremo dire addio a un futuro sicuro».

6 novembre 2021 Chiara Guzzonato
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