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COP25: quali sono le questioni sul clima rimandate al 2020

Gas serra, mercato delle emissioni, decarbonizzazione, piani per mitigare i cambiamenti climatici: la COP25 rinvia (quasi) tutto alla COP26, l'anno prossimo.

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Finché la barca va... ostinati a navigare su orizzonti temporali limitati. | Shutterstock

La COP25, il vertice mondiale sul clima che domenica 15 dicembre ha chiuso i battenti a Madrid - dopo due giorni non previsti di negoziati ai "tempi supplementari" - ha confermato una tendenza comune alle Conferenze delle Parti precedenti: quella a rimandare gli impegni sul clima a data da destinarsi. La scadenza in questo caso è già alle porte: novembre 2020, il mese in cui è fissata la COP26 di Glasgow (in Scozia).

 

La discussione di regole chiare sui mercati del carbonio e sui meccanismi finanziari di supporto a chi subisce le conseguenze del global warming è stata rinviata a quell'occasione, insieme alle promesse ambiziose necessarie a contenere le emissioni entro i limiti posti dagli Accordi di Parigi.

 

Ne prendiamo atto. Lo scollamento tra le lentezze della politica e la necessità di un'azione tempestiva è stato sottolineato dalla freddezza linguistica con cui i delegati hanno accolto gli ultimi due rapporti dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), su suolo e cambiamenti climatici e su oceani e criosfera. I due rapporti sono stati "registrati" (noted) e non "accolti" (welcomed): una sottigliezza linguistica che tanto sottile non è, perché lascia più liberi da impegni vincolanti.

Il significato di "ambizione". Nessuno si aspettava impegni nuovi di zecca dalla COP25; piuttosto, si auspicava l'espressione di dichiarazioni di intenti incisive, che aprissero la strada alla revisione degli impegni climatici nel 2020. Molti Paesi hanno insistito sulla necessità di sottoscrivere promesse ambiziose per il prossimo anno, che "potenziassero" gli impegni precedenti e tenessero conto delle mobilitazioni della società civile. Ma un fronte guidato da Cina e Brasile si è opposto a questa richiesta, sostenendo che la decisione finale spetterà ai singoli Paesi, che dovranno semplicemente "comunicare" le proprie scelte (anche in questo lo scarto linguistico è evidente).

 

La UE si è schierata con la coalizione più ambiziosa, capitanata dalle Isole Marshall, e alla fine si è raggiunto un compromesso (poco soddisfacente): i nuovi impegni climatici dovranno rappresentare "un progresso" rispetto ai precedenti e puntare a ridurre il divario tra gli impegni effettivi e quelli necessari per restare entro i +1,5 °C di riscaldamento globale. L'Europa ha comunque presentato un piano per arrivare a emissioni nette zero entro il 2050, così come 73 singoli Paesi.

 

Il 2019 è stato l'anno del nuovo attivismo climatico, ma il divario tra opinione pubblica e politica è ancora netto. | Shutterstock

Due pesi, due misure? Le economie emergenti come Cina e India hanno chiarito che non formuleranno promesse più ambiziose, dal momento che i Paesi industrializzati non hanno tenuto fede agli impegni - anche di natura finanziaria - sottoscritti per il 2020. Se i soggetti in passato maggiormente responsabili delle emissioni si propongono di "guardare al futuro" (una buona scusa per rimandare a oltranza ogni possibile impegno) quelli che un tempo erano considerati "in via di sviluppo" spingono perché si tenga conto delle condizioni pre-2020, che includono un supporto finanziario per le loro economie.

 

Un mercato senza regole. Nessun punto di incontro si è trovato sull'Articolo 6 degli Accordi di Parigi, quello riguardante il mercato delle emissioni di carbonio. Su questo punto si sarebbero dovute stabilire regole precise già lo scorso anno, ma il tutto è stato rimandato… al prossimo. Australia e Brasile hanno insistito per includere in questo sistema di scambio di emissioni "non spese", anche i crediti di CO2 avanzati dal Protocollo di Kyoto: tuttavia, sono in molti a pensare che inondare il mercato del carbonio con questi crediti acquisiti "a poco", quando gli impegni sul clima erano meno stringenti, minerebbe l'integrità del sistema. Lo stesso blocco è favorevole al doppio conteggio, un altro controverso meccanismo in base al quale il taglio di emissioni è conteggiato sia dal Paese che ha acquistato il credito di emissioni, sia da quello che l'ha venduto.

 

Il mercato di CO2 dovrebbe poi assicurarsi che i progetti "verdi" finanziati non ledano i diritti delle comunità indigene, e contemplare anche una quota di emissioni da sottrarre attivamente dall'atmosfera (e non solo da compensare). Su nessuno di questi punti si è trovato un accordo, e pochi passi avanti sono stati compiuti sugli strumenti finanziari che dovrebbero servire a ripagare perdite e danni dei cambiamenti climatici.

 

Global warming e diritti umani: andiamo verso un apartheid climatico? | Shutterstock

Non tutto da buttare. Un piccolo progresso è invece la creazione di un Gender Action Plan, l'impegno quinquennale a tener conto della discriminazione di genere nelle questioni climatiche: le donne sono spesso i soggetti più esposti alle conseguenze della crisi climatica. Accolta positivamente anche l'istituzione di un tavolo di lavoro per una Piattaforma delle Comunità Locali ed Indigene: nei documenti precedenti mancava il minimo accenno al tema dei diritti umani connesso al global warming. La decisione su un orizzonte temporale comune sugli impegni per rientrare negli Accordi di Parigi - dovranno durare 5, o 10 anni? - è stata infine rimandata alla prossima COP: ci si rivede tutti a Glasgow, e intanto, un altro anno (a vuoto) sarà passato.

 

16 dicembre 2019 | Elisabetta Intini