COP21, i grandi del mondo e la conferenza sul clima di Parigi: che cosa dobbiamo aspettarci?

Potremmo essere alla viglia di un grande cambiamento. Oppure solidamente ancorati lungo la strada del business as usual, tutto come al solito. In un caso farà un po' meno caldo, nell'altro, molto più caldo.

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| Mike Agliolo/Corbis

Che cosa dobbiamo aspettarci dalla Conferenza sul clima di Parigi? 195 Paesi del mondo si riuniscono per discutere quali misure adottare per contenere l'aumento della temperatura del pianeta: ognuno con le sue istanze, le sue politiche, la paura di scontentare gli elettori oppure i poteri forti dell'economia e dell'industria. Probabilmente si troverà una mediazione, probabilmente insoddisfacente, e probabilmente bisognerà aspettare la prossima conferenza sul clima perché i governi prendano atto, nei fatti, di ciò che già dice la scienza.

 

La Conferenza prende avvio da ciò che la scienza del clima ha stabilito: la temperatura del nostro pianeta è aumentata di circa 0,8 °C dalla Seconda rivoluzione industriale (fine '800).

 

Ecco qual è la situazione climatica della Terra: la temperatura è aumentata, aumenterà ancora ed è difficile non prevedere conseguenze per l'umanità e per tutti i viventi, dalla sicurezza alimentare alla vita di milioni di persone che vivono lungo le coste fino alla sopravvivenza di molte delle specie che abitano questo pianeta.

 

La responsabilità dell'uomo nell'accelerazione dell'effetto serra è dimostrata. L'aumento della temperatura media del pianeta è dovuto all'eccesso di alcuni gas, definiti climalteranti (sono i gas a effetto serra), come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto e altri, che impediscono la naturale dispersione del calore assorbito dalla Terra verso lo spazio. Perciò si scalda l'atmosfera e di conseguenza il pianeta.

 

Climalteranti sono i prodotti di molte attività umane: sono emessi dalle centrali elettriche, dall'uso dei combustibili fossili per alimentare industrie e mezzi di trasporto e dalle attività agricole.

 

Ciò che resta della Willamette National Forest, in Oregon (Usa). Le foreste si abbattono anche per recuperare terreno per l'agricoltura o per l'allevamento: dalla Giornata mondiale dell'alimentazione (16 ottobre) i suggerimenti della scienza per una industria alimentare più efficiente. | Daniel Dancer

È "climalterante" anche l'abbattimento e gli incendi delle foreste, specie quelle tropicali. La perdita delle foreste ha infatti il doppio effetto di impedire l'assorbimento di CO2 da parte degli alberi e di liberare in atmosfera migliaia di tonnellate di anidride carbonica (rilasciata quando gli alberi muoiono) che vanno così ad aumentare l'effetto serra.

 

Nel mese di novembre 2015 la concentrazione di CO2 in atmosfera ha superato 400 ppm (parti per milione), per la prima volta da molte centinaia di migliaia di anni. Lo dimostra senza ombra di dubbio l'analisi dell'aria imprigionata nelle profondità dei ghiacci antartici.

 

Secondo l'Ipcc (Intergovernmental panel on climate change, Gruppo di lavoro intergovernativo sui cambiamenti climatici), che non fa ricerca scientifica diretta, ma raccoglie e sistematizza gli studi climatici dal 1988, la ricerca attribuisce a questi scenari una confidenza (affidabilità) del 95%. E numerose ricerche di sociologia della scienza hanno concluso che il 97% dei ricercatori che si occupano di clima sono certi che il cambiamento sia dovuto alle attività umane.

 

Le conseguenze del cambiamento climatico sono molteplici. In assenza di contromisure, la temperatura del pianeta aumenterà, entro fine secolo, di circa 4,5-4,8 °C rispetto a quella preindustriale. Le conseguenze sono difficili da determinare.

 

Oltre all'aumento di temperatura, l'anidride carbonica in atmosfera si dissolve nelle acque oceaniche e ne diminuisce il pH, che va da concentrazioni basiche verso quelle acide (anche se non raggiunge la vera acidità, ossia il pH inferiore a 7): questa trasformazione dell'ecosistema marino influenza la capacità di molte specie di vivere e costruirsi strutture di protezione, come quelle dei coralli o di molte specie di plancton e di molluschi marini. A loro volta queste specie sono alla base delle catene alimentari marine che conducono infine alla produzione ittica mondiale.

 

L'aumento di temperatura conduce allo scioglimento dei ghiacciai nordici e polari (con alcune eccezioni) e all'aumento di energia assorbita dagli oceani, fenomeno che a sua volta porta all'innalzamento dell'energia dalle perturbazioni e quindi a una maggiore frequenza di fenomeni meteorologici estremi rispetto al passato, come uragani più violenti e ondate di calore e siccità più severe.

 

Se procederemo con le attuali politiche di sviluppo, in particolare per ciò che riguarda l'uso dei combustibili fossili, sulla strada di quello che è definito business as usual, la temperatura media del pianeta potrebbe salire verso la fine del secolo di 4,5 °C o più, con conseguenze inimmaginabili per gli ecosistemi marini e terrestri, uomo compreso.

 

Troppo ottimistiche le previsioni sui cambiamenti climatici? La denuncia di un ricercatore: per contenere l'aumento di temperatura entro i 2 °C dobbiamo abolire i combustibili fossili entro il 2050. |

Per contenere l'aumento attorno ai 2 °C, o anche meno, gli scienziati suggeriscono di affrontare il problema da due punti di vista: abbattere il più possibile le emissioni di gas serra e bloccare la perdita delle foreste. Per abbattere le emissioni c'è solamente una strada: ridurre drasticamente l'uso dei combustibili fossili, o eliminarli del tutto in tempi molto rapidi. Alcuni calcoli suggeriscono che l'82% delle riserve di carbone, il 49% di gas naturale e il 33% di petrolio devono restare nel sottosuolo, se vogliamo rallentare l'aumento di temperatura. Per permettere l'assorbimento dei gas serra da parte degli alberi, le foreste tropicali devono essere salvate e conservate per intero.

 

Non tutti sono d'accordo su queste misure: interessi, scarsa conoscenza e paura del cambiamento impediscono il grande passo. E se le spinte che portano a fare poco o nulla prevalessero sui cambiamenti che sappiamo essere ormai inderogabili, è molto probabile che gli accordi di Parigi saranno solo pannicelli caldi su un corpo febbricitante.

 

La conferenza di Parigi (30 novembre - 11 dicembre 2015) è la COP 21: COP sta per Conferenza delle Parti (e Parti sta per nazioni, industrie e organizzazioni che vi partecipano). 21 è invece il numero di conferenze organizzate a partire dal 1992: speriamo di non dover attendere la 22 per quelle decisioni che paiono ormai inevitabili.

 

29 novembre 2015 | Focus.it