Cinghiali radioattivi, 31 anni dopo Chernobyl

Nella Repubblica Ceca, quasi la metà degli esemplari selvatici presenta livelli di contaminazione non sicuri per il consumo: è colpa di un fungo che assorbe alti livelli di cesio-137.

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Cinghiali selvatici nei boschi della Repubblica Ceca. Vedi anche: la vita animale prospera attorno a Chernobyl|Shutterstock

A oltre tre decenni dall'incidente nucleare di Chernobyl, le radiazioni sono entrate in una porzione inaspettata della catena alimentare, a quasi 1.600 km dalla città industriale ucraina. Secondo quanto riportato dalla Reuters, i cinghiali selvatici delle montagne della Repubblica Ceca sarebbero nella metà dei casi radioattivi, a causa di un fungo di cui si nutrono, serbatoio di scorie.

 

Dal suolo all'uomo. Le rigide condizioni meteo starebbero forzando gli animali a nutrirsi di falsi tartufi, funghi che trovano sotto la neve e che assorbono livelli particolarmente alti di cesio-137, un isotopo radioattivo sottoprodotto della fissione nucleare. Il fungo è diffuso sulle montagne della Selva Boema, in una regione condivisa da Repubblica Ceca, Austria e Germania. Di conseguenza, la carne dei cinghiali è radioattiva, in un Paese dove questo ingrediente finisce molto spesso nel piatto sotto forma di gulasch.

Alta diffusione. Dei 614 esemplari di cinghiale selvatico ispezionati dalla servizio veterinario statale ceco tra il 2014 e il 2016, il 47% presentava livelli di radioattività superiori ai limiti consentiti. Nell'uomo, alte quantità di cesio-137 diffondono atomi radioattivi nell'organismo e possono favorire l'insorgenza di cancro.

 

Rischio contenuto. Tuttavia, perché le dosi ingerite siano pericolose, occorrerebbe mangiare carne contaminata più volte alla settimana, per diversi mesi. Inoltre, la carne radioattiva difficilmente raggiunge il consumatore: gli esemplari in questione sono sottoposti a rigidi controlli prima di finire sul mercato.

 

Lunga convivenza. La notizia meno rassicurante è che l'emivita del cesio-137 è di 30 anni: la radioattività dell'isotopo impiega cioè tre decenni per calare della metà, altri tre per dimezzarsi di nuovo e così via. Il problema sembra dunque destinato a durare ancora a lungo.

 

11 Ottobre 2017 | Elisabetta Intini