L'appetito globale per soia e carne minaccia la biodiversità brasiliana

La produzione di soia per i mercati non brasiliani sarebbe responsabile di oltre la metà dei danni al prezioso ecosistema della savana del Cerrado: a rischio centinaia di specie animali e vegetali.

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La raccolta di soia nello Stato del Mato Grosso, in Brasile. | Shutterstock

Le coltivazioni di soia danneggiano non poco la biodiversità della savana del Cerrado, un'ecoregione brasiliana che si estende per quasi due milioni di km quadrati. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato su PNAS, secondo il quale il 55% dell'impatto della produzione di soia sulle specie rare endemiche di quest'area, tra le più ricche di biodiversità al mondo, sarebbe dovuto al consumo di soia fuori dallo stato di Rio, che però è il primo a pagarne le spese in termini ecologici.

 

Danni incalcolabili. «Il nostro studio sottolinea che la perdita di biodiversità a livello locale è in realtà un problema globale» afferma il coautore Paz Durán dell'Istituto di Ecologia e Biodiversità (Universidad Austral de Chile). Nel Cerrado vive infatti il 5% delle specie di flora e fauna mondiale: alberi e selva, però, stanno lasciando il posto a piantagioni agricole, anche a causa delle politiche ben poco attente all'ecologia del presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

 

L'ecosistema, di cui fanno parte oltre 400 specie rare endemiche come il picchio Piauí (Celeus obrieni) o la tortorina occhiblu (Columbina cyanopis), rischia di uscirne fortemente danneggiato. «È necessario aiutare le aziende e i paesi a muoversi in modo più sostenibile e investire in metodi agricoli meno dannosi dal punto di vista ecologico» spiega Jonathan Green, coordinatore dello studio e ricercatore dello Stockholm Environment Institute (SEI, Università di York).

 

La soia nascosta. Il 15% dell'impatto della produzione di soia sulla biodiversità del Cerrado è attribuibile al consumo di questo prodotto in Europa: una cifra alta, soprattutto se pensiamo che la Cina (che l'anno scorso ha importato dal Brasile ben 66 milioni di tonnellate di soia) ha solo il 7% di "colpa" in più del Vecchio Continente. Ma la soia che arriva sulle nostre tavole lo fa principalmente sotto forma di carne e latticini: è infatti il mangime più utilizzato per nutrire gli animali da allevamento, poiché ricco di proteine. «L'aspetto più interessante di questo studio è che possiamo sapere con precisione chi è responsabile per che cosa», spiega Andrew Balmford, coautore della ricerca (Università di Cambridge).

 

Per esempio, l'86% delle perdite del formichiere gigante (Myrmecophaga tridactyla) nel Cerrado è avvenuto nello Stato del Mato Grosso, soprattutto a causa a causa del consumo di prodotti con soia "incorporata" (ovvero carne e latticini) di europei, cinesi e brasiliani. «Possiamo vedere esattamente quali produzioni e quali consumatori stanno danneggiando le diverse specie, in che modo lo stanno facendo e dove», afferma Balmford. Questa ricerca, auspicano gli esperti, può fornire le conoscenze di base per intervenire adottando metodi agricoli più sostenibili e soluzioni che limitino i danni all'ambiente.

 

18 novembre 2019 | Chiara Guzzonato