Cambiamenti climatici: se non li nomini, non esistono

L'Amministrazione Trump rimuove i riferimenti al riscaldamento globale dai comunicati stampa dell'U.S. Geological Survey, con risultati al limite del grottesco: uno studio sui danni costieri che incombono sulla California è diventato un astratto trattato di progettazione ingegneristica.

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Lasciamo pure che gli scienziati facciano il loro lavoro: l'importante, è non comunicarlo a nessuno. | Shutterstock

Per erodere la comune percezione della gravità dei cambiamenti climatici non occorre censurare con clamore gli studi scientifici sul tema: è sufficiente rimuovere chirurgicamente i termini che si riferiscono al riscaldamento globale dai comunicati stampa, i soli estratti degli studi che raggiungono il grande pubblico.

 

Quello di creare divario tra gli scienziati competenti di un settore e i non specialisti curiosi delle loro ricerche è da qualche tempo uno sport nazionale anche dalle nostre parti: l'obiettivo è confinare le evidenze scientifiche a chiacchiere di laboratorio, distanti dal vissuto comune.

 

Il pubblico (non) deve sapere. In un Paese - gli Stati Uniti - in cui il dibattito sul clima scuote la politica molto più che nel nostro, l'Amministrazione Trump è corsa ai ripari, cancellando ogni riferimento al climate change dai rapporti dell'U.S. Geological Survey (USGS), l'agenzia che si occupa dello studio della Terra e della valutazione del rischio dei disastri naturali. Il lavoro dei ricercatori finanziati dall'USGS prosegue inalterato, ma quando arriva il momento di sintetizzare gli articoli pubblicati e farne comunicati stampa a beneficio dei contribuenti, il processo si intoppa.

 

Come denuncia Scott Waldman, reporter di E&E news e ClimateWire, questi documenti vengono tenuti in stand-by per mesi prima di essere pubblicati, ed escono in versione edulcorata, purgati dai riferimenti ai cambiamenti climatici. Con risultati sconcertanti: uno studio pubblicato a marzo sui potenziali effetti devastanti dell'innalzamento del livello dei mari sul mercato immobiliare costiero della California, si è trasformato in una ricerca su come progettare migliori infrastrutture.

 

Un'operazione di make-up. Sull'articolo originale pubblicato il 13 marzo su Scientific Reports si legge: «L'inondazione costiera dovuta all'innalzamento del livello del mare è destinata a lasciare senza casa centinaia di milioni di persone in tutto il mondo nel prossimo secolo, e creare enormi sfide economiche, umanitarie e di sicurezza nazionale. [....] Qui mostriamo che in California, USA, la quinta principale economia mondiale, più di 150 miliardi di dollari di proprietà, equivalenti a oltre il 6% del prodotto interno lordo dello stato, e i loro 600 mila abitanti potrebbero essere interessati da inondazioni dinamiche entro il 2100».

 

Al contrario, il comunicato stampa finale dell'articolo (che potete leggere qui, in inglese, per un confronto con il paper originale) menziona soltanto in modo vago l'innalzamento dei mari e un non meglio precisato "cambiamento di clima sulla costa californiana", ma non cita I Cambiamenti Climatici e il conseguente innalzamento del livello dei mari, dovuto allo scioglimento dei ghiacci e all'espansione termica degli oceani.

 

Le case della Baia di San Francisco. | Shutterstock

aaa costruttori cercansi. Sono sparite anche le parti che confrontavano i possibili effetti per i californiani alla devastazione dell'uragano Katrina, nonché il fatto che a fine secolo, una tipica tempesta invernale potrebbe minacciare ogni anno l'equivalente di 100 miliardi di dollari in proprietà immobiliari costiere. Mentre lo studio originale contempla uno "scenario estremo, che potrebbe mettere a rischio oltre 3 milioni di residenti entro il 2100", il comunicato destinato al grande pubblico presenta i risultati come una valida opportunità commerciale di progettare future infrastrutture nella quinta economia mondiale.

 

La versione originale del comunicato stampa, scritta dai ricercatori stessi, non ha mai visto la luce. Sopravvive soltanto sul sito dell'organizzazione ambientalista Point Blue Conservation Science, che aveva contribuito allo studio. Ed è molto diversa: «In base allo studio, persino le più caute previsioni di innalzamento del livello dei mari di 25 centimetri entro il 2040 potrebbero causare inondazioni per più di 150 mila abitanti e minacciare oltre 30 miliardi di dollari di proprietà, in combinazione con una tempesta del secolo lungo la costa californiana».

 

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Project Trumpmore: la faccia di Donald Trump scolpita nei ghiacci artici. | Project Trumpmore

I precedenti. Non è la prima volta che succede. Un comunicato del 2017 sul fatto che gli orsi polari stanno usando più energie a causa della perdita di ghiaccio marino non menzionava i cambiamenti climatici, ma una fantomatica "piattaforma mobile di ghiaccio marino" in un Artico sempre più caldo, senza citare il global warming come causa dell'assottigliamento della banchisa.

 

Un altro report sullo spostamento delle aree agricole dovuto ai cambiamenti climatici parlava di "futuri estremi di temperatura" e "future condizioni climatiche", ma non di cambiamenti climatici. Dal 2017 ai primi sei mesi del 2019, nessun comunicato stampa ha menzionato i cambiamenti climatici nel titolo, e alcuni ci hanno abilmente girato intorno nel corpo del testo.

 

James Reilly, attuale direttore dell'USGS, è un geologo e un ex astronauta della NASA. Ha partecipato a tre missioni Shuttle. | NASA

Miopi, di proposito. L'USGS è oggi diretta da James Reilly, ex astronauta della NASA vicino a Trump, per il quale evidentemente non vale l'overview effect, quel cambiamento di consapevolezza con la presa di coscienza della fragilità e della bellezza del nostro Pianeta riportato da molti astronauti dopo che hanno osservato la Terra dall'alto. Secondo il New York Times, Reilly ha chiesto che le previsioni climatiche dell'agenzia che dirige non si spingano oltre il 2040, anziché arrivare, come è prassi, al 2100. Per gli scienziati questa operazione avrebbe effetti fuorvianti, perché le più drammatiche conseguenze del riscaldamento globale si verificheranno nella seconda metà del secolo.

 

Chi ci rimette. La soppressione delle informazioni va a danno non di una scienza astratta e distante come quella che i negazionisti del clima dipingono, ma dei contribuenti, che pagano con le loro tasse il lavoro dell'agenzia e che avrebbero bisogno di informazioni precise per vivere in sicurezza, e fare previsioni a lungo termine almeno sul proprio futuro.

 

19 agosto 2019 | Elisabetta Intini