Acquacoltura: il pesce di allevamento Vai allo speciale

Più pesce per tutti

Secondo l'ultimo rapporto della FAO il consumo procapite di pesce è in costante aumento: ecco perché è una buona e una cattiva notizia, insieme.

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La pesca è l'unica risorsa per milioni di persone, soprattutto nei paesi più poveri. | FonthipWard / Pixabay

Il pesce è buono, fa bene a noi e all’ambiente e ne mangiamo sempre di più: lo afferma la FAO (Food and Agricolture Organization) nell’ultimo Rapporto Biennale su Pesca e Acquacoltura pubblicato lo scorso 7 luglio.

Secondo la FAO il consumo procapite di pesce ha superato per la prima volta i 20 kg l’anno. E sempre per la prima volta la quantità di pesce prelevato in natura è stata inferiore a quello allevato (vedi acquacoltura).

Le proteine che fanno bene all'ambiente. È una buona notizia, perché il pesce rappresenta una fonte di proteine animali molto più sostenibile a livello ambientale rispetto a quelle fornite da bovini e suini: in media, un pesce è sei volte più "efficiente" di una mucca e 4 volte più di un maiale nel trasformare il cibo che ingerisce.

Ciò significa che, a parità di proteine e calorie fornite, un allevamento di pesce ha un'impronta ecologica più leggera rispetto a un allevamento tradizionale di bovini o suini.

 

I pesci in cifre. Nel rapporto della FAO si legge che a partire dagli anni '60 il ritmo di crescita delle acquacolture ha ampiamente superato quello della popolazione mondiale: tra il 1960 e il 1990 il consumo procapite di pesce allevato è passato ai 9,9 ai 14,4 kg. l'anno. Nello stesso periodo la produzione mondiale di pesce di allevamento ha raggiunto i 74 milioni di tonnellate l’anno.

 

Uno degli aspetti più interessanti è che metà di questi animali cresce senza che venga loro fornito cibo dall’uomo, si nutrono cioè di ciò che trovano nei bacini d’acquacoltura senza pesare su risorse alimentari di altro tipo.

 

Meno spreco. Secondo il rapporto, negli ultimi 50 anni è cambiato notevolmente anche l’utilizzo del pesce sia pescato che allevato: negli anni '60 era destinato al consumo umano solo il 67% della produzione complessiva (il resto veniva impiegato per l’alimentazione degli animali), mentre oggi siamo all’87%.

 

Attenti al mare. Tutto questo però non ha migliorato la situazione dei mari: secondo gli esperti delle Nazioni Unite tra il 1974 e il 2013 la percentuale di pescato biologicamente sostenibile è scesa dal 90% al 68,6%. Ciò significa che negli ultimi 3 anni una porzione su tre di pescato che è finita nei nostri piatti ha impoverito le risorse marine.

 

Ovviamente anche l’acquacoltura può essere dannosa per l’ambiente: ecco perchè la FAO sta lavorando con tutti i governi per la messa a punto di un protocollo condiviso sulla gestione degli allevamenti di pesce.

 

Il mare come risorsa. Ma la pesca va comunque tutelata: secondo Manuel Barange, direttore del Fisheries and Aquaculture Policy and Resources della FAO, il 12% almeno della popolazione mondiale vive esclusivamente grazie all’industria della pesca e relativo indotto, e la maggior parte si trova nei Paesi in via di sviluppo.

 

«È in questo scenario che vogliamo tutelare la sostenibilità di queste risorse», spiega Barange, «perché da queste dipende buona parte della popolazione più povera del mondo».

 

11 luglio 2016 | Rebecca Mantovani