Alpi Apuane, le montagne che scompaiono per cavare il marmo

La tutela ambientale si scontra con gli interessi economici, compresi quelli della famiglia Bin Laden che detiene il 50% della Marmi Carrara. Intanto, ogni anno il business del marmo “mangia” 5 milioni di tonnellate di montagna proprio all'interno del Parco Regionale e Geosito

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Roma, 2 apr. - (AdnKronos) - Sono conosciute come “il giardino d'Europa”, ma chi abita questo territorio le chiama “le montagne che scompaiono”, perché le Alpi Apuane ospitano anche le cave di marmo: "una settantina quelle all'interno del Parco Regionale - spiega all'Adnkronos Luca Tommasi, Commissione tutela ambiente montano del Cai - un'area che dovrebbe essere tutelata, a maggior ragione da quando è stata inserita nella Rete dei Geoparchi", ma che continua a fare i conti con un'attività che svuota, frantuma, spacca le montagne. Al punto da trasformare il paesaggio "dal giorno alla notte”, denunciano i locali.

 

Negli ultimi 20 anni, qui si è scavato più che in duemila anni di storia delle cave con il risultato che la modificazione morfologica del territorio apuano è paragonabile a quella avvenuta in un'era geologica. In termini di volumi estratti, si stima che per ogni tonnellata di marmo in blocchi vengono distrutte dieci tonnellate di montagna. Un'attività che ogni anno “mangia” 5 milioni di tonnellate di vette. Causando distruzione parziale o totale di grotte, diminuzione dei bacini idrogeologici, denuncia il Cai. E non solo.

 

Da una parte, ci sono gli interessi imprenditoriali (compresi quelli della famiglia Bin Laden); dall'altra le ragioni di tutela ambientale; in mezzo il piano paesaggistico appena approvato (“un buon equilibrio tra salvaguardia del paesaggio e sviluppo delle attività economiche”, per il governatore della Toscana Enrico Rossi, “lo skyline delle Alpi a questo punto è al sicuro”), ma criticato da chi da tempo denuncia la devastazione delle attività di escavazione.

 

Escavazioni al passo della Focolaccia, al di sopra dei 1.500 m/slmn; cave che invadono o nei pressi di doline, cavità carsiche, circhi glaciali, zone Sic e Zps; attività che interessano anche il Monte Corchia, con Cava Tavolini e Cava Piastraio, e dove non si cava più in superficie è stato intaccato il crinale e si scava in galleria. Le attività estrattive, denunciano le associazioni, hanno modificato e deturpato la valle del Solco di Equi e non si salvano le pendici della parete nord del Pizzo d'Uccello; nella Valle glaciale di Orto di Donna-Serenaia le cave segnano irrimediabilmente le montagne.

 

Oltre alla distruzione delle montagne, ogni volta che si verifica una pioggia consistente l'acqua del Cartara, del Frigido e dei suoi affluenti si tinge di bianco, fenomeno che ha attirato l'attenzione anche dell'Arpa. Colpa dell'immissione nel sistema carsico della polvere di taglio dei marmi (la marmettola) delle cave a monte che, dilavata dai piazzali di lavorazione, viene trasportata, insieme con gli oli esausti utilizzati dalle macchine da taglio, fino nei torrenti. L'accumulo dei materiali va a modificare i percorsi interni delle montagne, un po' come accade con il colesterolo nelle nostre vene.

 

L'impatto dell'attività, secondo l'Arpat Massa Carrara, riguarda suolo e sottosuolo per inquinamento da sversamento di oli; le acque superficiali per alterazione dei parametri chimico-fisici (Ph, torbidità, presenza di contaminanti). Senza contare i costi di depurazione, caricati direttamente nelle bollette degli utenti, e il passaggio di circa cento i passaggi di camion ogni giorno per il trasporto degli inerti.

 

A fronte di questa situazione, denunciata da associazioni e cittadini, il nuovo piano paesaggistico della Regione Toscana che, secondo il presidente del Parco Regionale Alpi Apuane Alberto Putamorsi "ha messo sotto tutela le apuane sopra i 1200 metri - spiega all'Adnkronos - un passo in avanti che sposta i paletti a favore dell'ambiente pur consentendo l'attività estrattiva e che, soprattutto, inserisce il concetto di filiera corta affinché il materiale venga poi lavorato in loco garantendo che la ricchezza rimanga sul territorio".

 

Meno ottimiste le associazioni: “il nuovo piano paesaggistico contiene una serie di deroghe che lo rendono inefficace a contrastare il fenomeno – spiega all'Adnkronos Franca Leverotti, consigliere nazionale di Italia Nostra - Nel bacino di Orto di Donna e Val Serenaia si potrà continuare lo scavo, fino a 1.600 mt di altezza; si consente l'escavazione nell'Altissimo, il monte di Michelangelo".

 

E poi "si apre la strada a nuove cave contemplando la riapertura di quelle dismesse; nel Corchia l'ampliamento delle attività estrattive esistenti, anche al di fuori del perimetro autorizzato, è consentito in deroga e subordinato all'individuazione di specifiche modalità di coltivazione che riducano al minimo gli impatti sugli elementi della morfologia glaciale”.

 

Anche per Elia Pegollo, fondatore dell'associazione Pietra Vivente da anni attiva sul territorio, “il nuovo piano paesaggistico è un primo passo importante, perché per la prima volta è stato sollevato il problema di queste montagne in cui produrre significa distruggere, ma troppe le deroghe che consentiranno la permanenza delle cave in alta quota contrariamente alle legge nazionale. All'interno del Geoparco non dovrebbero esistere cave di questo genere, ma l'ente parco non è di questa opinione ed è sbilanciato dalla parte del mondo imprenditoriale”.

 

Eppure il Presidente del Parco rassicura: "Le 70 cave attive sono soggette a regole di tutela e salvaguarda diverse rispetto a quelle che si trovano fuori dal Parco. Con questi ritmi di escavazione, scesi di molto negli ultimi anni, nei prossimi 1000 anni verrà portato via solo il 3% del marmo esistente. Certo: dovremmo andare verso un'ulteriore riduzione di queste attività e verso un'escavazione di qualità, ma fatta con ragionevolezza, nei tempi e nei modi dovuti, e puntando su tecnologie sempre meno impattanti".

 

Posizione in parte sposata anche dalle associazioni. “Noi non siamo contrari alla cave, ma chiediamo che si scavi solo il marmo che serve per fini artistici e decorativi, cioè in blocchi – spiega Leverotti - invece in queste cave da 25 anni circa la Regione ha imposto una vecchia normativa per cui dato un numero 100 si può estrarre un 80% di frammenti e un 20% di marmo in blocchi (25% e 75% nel caso delle Apuane)".

 

La devastazione della montagna dipende dunque da questo rapporto: di quei 5 milioni di tonnellate di montagna esportate da Carrara l'anno, l'80% è detrito che viene lavorato, qui o altrove, per essere ridotto in polvere di marmo utilizzata in vari settori, dalla cosmesi all'industria alimentare.

 

Questo rapporto è il frutto eredità di una vecchia norma risalente a quando il marmo si estraeva con la dinamite, provocando grandi quantità di detriti, cosa che oggi non accade più grazie alle nuove tecnologie. “Un regalo agli industriali le cifre irrisorie che questi devono pagare: solo 9,99 euro di tassa comunale per 1 tonnellata di marmo in blocchi che può arrivare a valere fino a 6mila euro alla tonnellata”, aggiunge Leverotti.

 

Ma chi controlla le cave? Le cave vengono date in concessione dai Comuni (Massa, Carrara, i Comuni della Versilia, della Lunigiana e della Garfagnana) e sono in mano a poche famiglie – denunciano le associazioni - che si sono arricchite con questo business.

 

Tra queste, la famiglia Bin Laden che nel 2014 ha acquistato il 50% della Marmi Carrara, che ha la concessione per circa un terzo delle cave di marmo bianco delle Apuane, pagando 45 milioni di euro alle quattro famiglie proprietarie. Ad accaparrarsi il 50% della Marmi Carrara è così la Cpc Marble & Granite Ltd, con sede a Cipro, appartenente al gruppo della famiglia del terrorista saudita fondatore di al-Qaida.

 

02 Aprile 2015 | ADNKronos