Alberi e fiumi: intervista a Andrea Agapito Ludovici

Ottobre 2018: violente condizioni meteo mettono in ginocchio diverse regioni d'Italia, si contano vittime e danni, i telegiornali passano immagini che sembrano uscite da un film apocalittico - Sulla distruzione di milioni di alberi in Trentino i problemi del "dopo" e qualche idea per mitigare gli effetti di nuovi, futuri eventi simili.

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Andrea Agapito Ludovici, responsabile area "Rete e Oasi" del Wwf

 

Qual è stato l'impatto della distruzione dei boschi montani sui corsi d'acqua e sui bacini interessati?
I boschi naturali hanno una funzione importantissima perché proteggono i versanti dall'erosione e trattengono l'acqua riducendone la velocità di corrivazione, ossia il tempo che le occorre per arrivare a valle. Problemi sorgono per boschi che sono stati governati per centinaia di anni, ad esempio a ceduo, e ora sono abbandonati; ci vogliono decenni per tornare a uno stato naturale e, soprattutto in aree a rischio, cioè quelle aree dove vi è un alto valore esposto (una strada, una casa, un manufatto, un centro abitato) è indispensabile intervenire o per garantire la stessa gestione (difficile, vista la situazione di abbandono della montagna) o per riconvertire il bosco verso la sua più naturale vocazione, in modo che recuperi quella funzionalità ecologica fondamentale nella gestione dell'acqua e nella protezione dei versanti. È prioritario intervenire nelle aree a rischio e non disperdere risorse ed energie per altre zone dove anche eventi franosi non mettono a rischio persone o cose.

 

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Quel che resta del bosco: le cause dell'ecatombe di alberi in Italia, nell'ottobre del 2018, e ciò che si dovrebbe fare per mitigare gli effetti di eventi estremi come il ciclone Vaia. Su Focus 317. | Focus, Mondadori Scienza

L'accumulo di tronchi nei corsi d'acqua e sulle pendici avrà un effetto negativo sugli ecosistemi montani?
Si tratta di un accumulo eccezionale, conseguenza degli eventi meteo soprattutto in Trentino. In questo caso è necessario intervenire: a terra, perché gran parte di quei boschi sono a scopo produttivo e il recupero del legname può ridurre in parte le gravi perdite; nei torrenti, per evitare che tutta quella gran quantità possa accumularsi in aree a rischio. In questo caso l'accumulo in invasi artificiali può facilitarne il recupero concentrando le azioni di raccolta in quei punti. Il materiale, che probabilmente non ha più le caratteristiche necessarie per la vendita, potrebbe essere messo a disposizione per interventi di ingegneria naturalistica e per il consolidamento di sponde di fiumi e di versanti.

 

Da alcune parti si è negata la funzione della vegetazione ripariale - le comunità vegetali lungo i bordi dei corsi d'acqua - che, anzi, è accusata di amplificare le piene? Possiamo fare chiarezza?
La distruzione della vegetazione ripariale è generalmente dannosa. Infatti, la vegetazione e in particolare i boschi ripariali, caratterizzati da formazioni di salici, ontani neri e altre essenze tipiche hanno un'importanza enorme perché difendono le sponde dei fiumi dall'erosione, modificano il trasporto dei sedimenti attraverso l'intrappolamento fisico di materiali diminuendone l'accumulo a valle, riducono la velocità della corrente, forniscono ripari ai pesci durante le piene, contribuiscono alla determinazione del microclima fluviale; svolgono un'efficace funzione tampone nei confronti dei carichi di nutrienti provenienti dalle attività agricole.

 

Gli alberi di queste formazioni igrofile, quelle cioè che vivono bene in ambiente sempre umido, hanno caratteristiche che favoriscono la protezione delle sponde. Ad esempio, le radici di salici e ontani stanno benissimo in acqua e tendono a creare delle resistenti e diffuse reti di protezione della sponda, a differenza di altre piante che mal sopportano la presenza di acqua. In alcuni casi bisognerebbe realizzare interventi selettivi della vegetazione per favorire le specie più adatte rispetto a quelle più problematiche - che sono tipicamente quelle alloctone, "importate": Robinia pseudacacia, Buddleja davidii, Ailanthus altissimus, Amorpha fruticosa, Reynoutria japonica...

 

Il problema è che avendo ristretto ai minimi termini la gran parte degli alvei dei fiumi, secondo un approccio idraulico e con la concezione che l'acqua debba correre via in qualsiasi tratto fluviale senza distinzione, si difende il concetto di "officiosità idraulica della sezione", tecnica che persegue l'idea teorica di "perfetta circolazione dell'acqua" ovunque e a scapito della vegetazione ripariale.

 

Questo approccio può essere accettabile nei pressi di ponti e viadotti, o nei centri abitati, ma nel resto del territorio bisognerebbe invertire la tendenza e ampliare le aree naturali, tutelare la vegetazione ripariale affinché il fiume possa sfogare la sua energia, depositare in modo diffuso i sedimenti, rallentare la velocità di corrente e abbattere i picchi di piena e, quindi, mitigare il rischio idrogeologico per i tratti più a valle. Il problema è che manca quella visione complessiva indispensabile a favorire una equilibrata azione sul territorio.

 

Il cosiddetto dragaggio dei fiumi è stato proibito qualche decennio fa, perché? E perché adesso lo si vuole ripristinare?
Pensare che il dragaggio dei fiumi serva è una grandissima bufala, una fake news, come si dice oggi, alimentata ad arte da chi vuole portar via ghiaia e sabbia a buon mercato. Ecco un esempio dell'assurdità di simili proposte: a lungo si è parlato, in incontri pubblici, di che cosa sarebbe accaduto in caso di importanti eventi alluvionali in certe zone della Lunigiana. Quella che era una previsione scientifica, e non una profezia malaugurante, si è verificata nel 2011 con l'esondazione del Vara e del Magra, alluvionando interi paesi.

 

Nel 1877 il Vara aveva un alveo attivo in alcuni tratti intorno agli 870 metri di larghezza, passato poi - nelle stesse sezioni - a 370 metri nel 1954 e a 144 metri ai giorni nostri, a causa dell'occupazione del suolo e della canalizzazione dell'alveo.

 

Adesso, secondo i fautori del "dragaggio", vista l'attuale situazione - che è quella di gran parte dei fiumi italiani - quanto bisognerebbe scavare nel Vara affinché una portata eccezionale possa transitare nell'attuale alveo senza fare danni? Quante centinaia di metri bisognerebbe scavare in profondità per compensare lo spazio rubato al fiume?

 

Non ci sono ragioni idrauliche o idrologiche per "pulire" i corsi d'acqua?
Bisogna intendersi sul termine "pulizia": bisogna certamente assicurare che non si accumuli materiale come rami e ramaglie alla base di ponti o a ridosso di manufatti: in queste situazioni l'asportazione del materiale è necessaria, ma sempre con la supervisione tecnica di un geologo. Troppo spesso si porta via molto più materiale di quanto necessario, creando dei disequilibri all'assetto geomorfologico del fiume, oppure vengono rimossi o movimentati alluvionamenti che non andavano toccati - creando solo più problemi. Si tratta comunque di una "manutenzione" che dovrebbe essere definita da appositi piani di cui tutte le istituzioni regionali dovrebbero dotarsi.

 

Purtroppo questa necessità di manutenzione è strumentalizzata favorendo la confusione con i dragaggi, spesso realizzati su sollecitazione di "cavatori" spregiudicati; inoltre, queste azioni vengono infelicemente realizzate in regime di compensazione dei costi, che in soldoni vuol dire "ricatto" da parte delle ditte che non si muovono se non per asportare ingenti quantità, altrimenti non ne trovano convenienza! Dobbiamo, laddove possibile e come stanno facendo in Francia, Germania, Inghilterra, Austria e in molti altri Paesi, ridare spazio ai fiumi, fare in modo che sfoghino la loro energia fuori dei centri abitati. Il dragaggio è una delle cause dello squilibrio del letto dei fiumi: c'è invece bisogno di un'ampia e diffusa azione di "rinaturazione", di ripristino di condizioni naturali almeno dov'è possibile. E le Regioni hanno anche l'obbligo, colpevolmente disatteso, di destinare almeno il 20% delle risorse per il dissesto idrogeologico a interventi innovativi di questo tipo.

21 Febbraio 2019 | Marco Ferrari