Animali

Come riconoscere gli animali selvatici geneticamente modificati (e perché farlo)

Una tecnica di analisi del DNA ambientale permette di individuare in un'area la presenza di animali geneticamente modificati. Perché è così importante.

Fino a qualche anno fa l'espressione "geneticamente modificato" aveva un qualcosa di misterioso e quasi soprannaturale, ma gli avanzamenti delle tecniche genetiche hanno reso questa condizione sempre più semplice da realizzare, meno costosa e quindi ampiamente utilizzata. Oggi il mondo è pieno di piante e animali geneticamente modificati, da quelli usati per scopi scientifici a quelli disponibili sul mercato (per esempio i pesci d'acquario che sono stati resi fluorescenti per meglio figurare negli acquari).

Siccome si tratta di esemplari esteriormente indistinguibili da quelli "normali", è particolarmente importante riuscire a tracciarli e a sapere sempre dove si trovano: uno studio pubblicato su PNAS propone un nuovo metodo per individuare gli animali geneticamente modificati che si trovino allo stato selvatico, basato su una loro esclusiva proprietà genetica.

È stato modificato? L'analisi del cosiddetto DNA ambientale per tracciare la presenza di certi animali è una tecnica usata ormai da anni: si preleva un campione di suolo in un'area, lo si analizza e si va in cerca di tracce genetiche. È un metodo i cui costi sono stati abbattuti negli ultimi anni, e oggi è considerato più affidabile delle tradizionali tecniche di tracciamento. Nessuno però aveva mai pensato di applicarlo agli organismi geneticamente modificati: il gruppo di ricerca della McGill University ha provato a farlo, e ha scoperto che questi animali lasciano nell'ambiente tracce dei cosiddetti transgeni.

Si tratta di quei geni che sono stati presi da un'altra specie e "installati" sull'animale, o comunque che sono stati introdotti artificialmente nel genoma da noi esseri umani: le tracce genetiche degli animali geneticamente modificati contengono anche transgeni, che possono dire se l'esemplare che si sta tracciando abbia subito modifiche al suo DNA.

Il metodo permette di aggirare i limiti "visivi" dei tracciamenti tradizionali (molto spesso è impossibile distinguere gli animali GM da quelli non GM semplicemente guardandoli) e di tenere traccia dei movimenti di certi esemplari. Ci si potrebbe a questo punto chiedere a cosa serva farlo; la risposta è che, sia che siano stati modificati a scopi commerciali sia che l'editing genetico abbia scopi scientifici, gli animali geneticamente modificati sono ancora un'incognita, e non sappiamo quale impatto possano avere sull'ambiente in cui vivono.

In caso di fuga. Alcuni di questi sono stati introdotti volontariamente in natura; è il caso di certe zanzare che vengono usate per combattere malattie come la malaria, e che vengono modificate in modo da non potersi riprodurre, e poi lasciate libere di unirsi alle loro simili (causando, in teoria, un crollo della popolazione, e quindi, per l'uomo, un crollo del rischio di infezione da puntura): non sappiamo se questo possa causare problemi al loro ecosistema, e poterle tracciare rapidamente è fondamentale. Discorso che vale ancora di più per tutti quegli animali GM che scappano dagli allevamenti o dai laboratori e si rinselvatichiscono: sapere dove sono andati a finire, e verificare quale sia il loro impatto sull'ambiente, è fondamentale per evitare problemi sul lungo periodo.

15 settembre 2021 Gabriele Ferrari
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