Sui capodogli forse Melville aveva ragione

L'enorme testa bulbosa di Moby Dick potrebbe davvero giocare un ruolo importante negli speronamenti tra maschi e con le navi: sembra studiata apposta per attutire i colpi.

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A tu per tu con il "testone" del capodoglio (Physeter macrocephalus). | Franco Banfi/Nature Picture Library/contrasto

La grossa testa del capodoglio potrebbe essere stata selezionata dall'evoluzione anche in relazione al comportamento aggressivo tra maschi: quei rari speronamenti tra rivali che hanno ispirato un intero filone letterario (non ultimo Moby Dick di Herman Melville).

 

A dare nuovo credito a un'ipotesi proposta per la prima volta nell'Ottocento, ma non largamente accettata dalla comunità scientifica, è uno studio condotto tra Australia, Inghilterra, Stati Uniti e Giappone.

 

«Sappiamo che la testa del capodoglio è importante nell'ecolocalizzazione e ci sono molte altre ipotesi sul suo ruolo nella comunicazione e nel galleggiamento. Ma nessuna spiega come possa essere potenzialmente capace di affondare navi di 4-5 volte la massa del cetaceo» dice David Carrier, tra gli autori.

 

La caccia del capodoglio di William Page (1835) |

Antishock. I ricercatori hanno elaborato un modello computerizzato per studiare l'impatto meccanico dello speronamento tra maschi o con una nave sullo scheletro dell'animale. Hanno così scoperto che le strutture connettive presenti nella giunca, una struttura che si trova davanti alla testa del capodoglio, sopra alla mascella superiore e sotto alla cassa che contiene lo spermaceti (la sostanza cerosa per cui il capodoglio è stato a lungo cacciato), serve ad attutire i colpi violenti e a prevenire eventuali fratture del cranio.

 

Vizio di famiglia. Anche se i maschi di capodoglio non si speronano spesso, è un comportamento tipico degli artiodattili, i mammiferi ungulati (come gli ippopotamidi) con cui i cetacei sono imparentati. La struttura del loro cranio potrebbe essere il risultato di tratti acquisiti, legati al comportamento aggressivo maschile.

 

7 aprile 2016 | Elisabetta Intini