Sequenziato per la prima volta il DNA di un pesce della Fossa delle Marianne

Nel genoma del Mariana Snailfish i segreti evolutivi per sopportare condizioni estreme di pressione e temperatura, come uno scheletro in cartilagine e membrane cellulari molto elastiche.

mariana-snailfish
Un gruppo di Pseudoliparis swirei radunati attorno a un'esca nella Fossa delle Marianne.|SOI/HADES/University of Aberdeen/Dr. Alan Jamieson

Un pesce pallido e sfuggente che si aggira come un fantasma nella Fossa delle Marianne è il primo organismo degli abissi estremi di cui si sia riusciti a sequenziare il DNA. La speranza degli scienziati è che questa mappa genetica descritta su Nature Ecology & Evolution possa servire a comprendere gli adattamenti evolutivi necessari a vivere in condizioni estreme di pressione e temperatura.

 

Il Mariana Snailfish (Pseudoliparis Swirei) un pesce semitrasparente della famiglia dei Liparidae lungo una trentina di centimetri, è uno dei principali predatori della Fossa delle Marianne: si nutre di piccoli crostacei ed è stato avvistato a profondità vicine agli 8000 metri, dove la pressione percepita equivale al peso di 1600 elefanti.

Un tipo flessibile. Un gruppo di ricercatori dell'Accademia Cinese delle Scienze ha confrontato il suo DNA con quello del suo parente più prossimo, il Tanaka snailfish (Liparis tanakae), che vive nelle pozze lasciate dalla marea sulla spiaggia. L'ultimo antenato in comune dei due visse 20 milioni di anni fa, e da allora il pesce delle Marianne ha subito alcuni rapidi adattamenti evolutivi per sopravvivere nella zona adopelagica, la più profonda e sconosciuta degli abissi.

 

Le alte pressioni del suo habitat finirebbero per spezzare le normali ossa, ma un gene che serve a irrobustire lo scheletro appare inattivo in questo animale, che sembra avere una "impalcatura" più flessibile, in cartilagine. Questo pesce ha inoltre perso la maggior parte dei geni necessari a percepire la luce, che non filtra a queste profondità, ma ne conserva cinque, segno che forse gli resta qualche residua capacità visiva.

 

Un gruppo di geni implicati nel metabolismo degli acidi grassi appare potenziato, per garantire alle membrane cellulari una maggiore flessibilità, mentre altri geni sembrano impedire alle proteine di ripiegarsi in modo sbagliato a queste condizioni di pressione estrema. Sarà ora interessante capire se questo genere di adattamenti riguardi tutte le creature abissali, o se ogni pesce abbia seguito una diversa strada evolutiva.  

 

25 Aprile 2019 | Elisabetta Intini