Animali

Stiamo cercando di parlare con le balene

Un nuovo progetto utilizza il machine learning per provare a decifrare il vocabolario delle balene.

Gli esseri umani non sono certo l'unica specie sul pianeta capace di comunicare – le conversazioni tra animali sono all'ordine del giorno, sia che avvengano a colpi di richiami sia che utilizzino metodi più esoterici, come la danza delle api. Se però parliamo di linguaggio in senso stretto, la situazione si fa più complessa: molti animali comunicano, magari vocalizzando, ma è possibile che alcuni usino delle "parole" e una vera e propria grammatica? Oppure questa capacità è un'esclusiva nostra?

Una ONG fondata nel 2017 lavora per trovare una risposta a questa domanda: si chiama Project CETI e si propone di usare l'intelligenza artificiale per decifrare il linguaggio delle balene - termine generico che indica i cetacei di taglia gigantesca - e magari trovare un modo per comunicare direttamente con loro, come raccontano i responsabili del progetto alla rivista Hakai.

Il nome, Project CETI, fa il verso a Project SETI, acronimo che sta per Search for extra terrestrial intelligence, la ricerca di vita intelligente extraterrestre: nell'impossibilità, almeno finora, di comunicare con gli alieni, i responsabili del CETI hanno deciso di volgere lo sguardo verso gli oceani, dove ci sono animali che passano le giornate a parlare senza che noi umani capiamo che cosa si stiano dicendo.

Dagli extraterrestri ai capodogli. Tra tutti i grandi cetacei, il CETI si concentra in particolare sui capodogli, perché hanno anche una modalità di comunicazione complessa fatta non di suoni continui ma di "click" brevi e separati tra loro, quasi fosse un codice Morse: questo dovrebbe in teoria rendere più facile l'interpretazione dei loro richiami, perché le "lettere" usate dai capodogli si possono tradurre in sequenze binarie di 0 e 1 ("zero" e "uno"). I ricercatori del CETI stanno raccogliendo un campione il più vasto possibile di registrazioni: le comunicazioni dei capodogli verranno poi date in pasto a un'intelligenza artificiale che le analizzerà partendo dal presupposto che si tratti di un linguaggio e andrà dunque in cerca di tutte le sue caratteristiche tipiche, dalla presenza di suoni ripetuti a strutture grammaticali identificabili.

Finora questi metodi sono stati applicati solo al linguaggio umano, e il dubbio è che la comunicazione tra capodogli possa non essere abbastanza complessa da qualificarsi come tale: per fregiarsi del titolo di "lingua", un insieme di suoni ha bisogno di una semantica (una certa vocalizzazione ha un significato preciso che non cambia mai), una grammatica (le regole per mettere in ordine le vocalizzazioni) e di non essere innato, ma appreso.

Tutte condizioni che, separatamente, si applicano a diversi linguaggi animali – il canto delle cince per esempio ha una grammatica –, e che ora il CETI proverà a studiare nei capodogli.

Suoni o linguaggio? Usare un'AI potrebbe aiutare anche ad aggirare il problema maggiore del progetto, cioè il fatto che non abbiamo l'equivalente per i capodogli della stele di Rosetta (ossia un riferimento dal quale partire per ricostruire il loro potenziale vocabolario): un'intelligenza artificiale potrebbe forse anche farne a meno, e scegliere piuttosto di analizzare e processare milioni di ore di vocalizzi per provare a ricavarne un significato su base statistica (un suono che sotto certe condizioni viene ripetuto sempre uguale a se stesso avrà un significato relativo alle condizioni in questione).

Ovviamente il successo del progetto dipende da quanto scrivevamo sopra: se quello dei capodogli non è un vero linguaggio, con semantica e grammatica, ma "solo" una serie di suoni, il lavoro di Project CETI non porterà da nessuna parte. David Gruber, il capo del progetto, però, si dice sicuro che non sarà così: «In tutta la mia esperienza da biologo», afferma, «tutte le volte che ho guardato un animale più da vicino non sono mai rimasto deluso, e non credo succederà questa volta».

8 novembre 2021 Gabriele Ferrari
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