"È passata una tigre": anche gli oranghi parlano del passato

Questi primati sanno comunicare informazioni salvavita su eventi appena trascorsi: una capacità osservata finora soltanto nell'uomo e negli insetti sociali, che ci aiuta a esplorare le origini del linguaggio.

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Somiglianze impressionanti. Anche nel modo di comunicare.|Shutterstock

Una fondamentale componente del linguaggio è quella che permette di fare riferimento a episodi avvenuti in passato, o che avverranno nel futuro. Questa capacità che i linguisti chiamano displaced reference (dislocazione del punto di riferimento) permette di sganciarsi dalle vicende presenti e di scambiare conoscenze con gli interlocutori: gli animali che la padroneggiano possono veicolare una quantità di informazioni assai più consistente, rispetto al semplice "qui e ora".

 

Finora, però, era stata osservata soltanto nell'uomo e - curiosamente - negli insetti sociali. Nonostante le dimensioni ridotte del loro cervello, le api mellifere sanno comunicare alle compagne posizione e distanza delle piante nettarine, attraverso elaborate danze. Tuttavia, la mancanza di evidenze di riferimenti al passato nella comunicazione di altri mammiferi, e di primati soprattutto, rendeva difficile chiarire come l'uomo avesse sviluppato tale capacità.

Zitto, per carità. L'anello mancante è stato trovato in una comunità di femmine di orango del Borneo (Pongo pygmaeus) della foresta pluviale di Sumatra, in Indonesia. Per studiare il significato dei loro richiami vocali, alcuni neuroscienziati dell'Università di St Andrews, in Scozia, hanno vestito i panni del loro più temibile predatore: la tigre di Sumatra. Coperti di una coperta tigrata, hanno stazionato per alcuni minuti sotto agli alberi delle madri orango, che hanno esternato palesi manifestazioni di stress (per esempio urinando e defecando).

 

Finché la "tigre" era vicina, gli oranghi non hanno emesso suoni. Hanno aspettato che si fosse allontanata per produrre richiami di allarme indirizzati ai figli che, in questa specie, sono a lungo dipendenti dalle cure materne: l'attesa è durata in media 7 minuti, ma in alcuni casi anche 20. Se le femmine avessero "urlato" da subito, avrebbero attratto l'attenzione del predatore; se non avessero emesso alcun suono, i figli avrebbero corso un pericolo. Hanno quindi scelto di non dare nell'occhio finché erano troppo esposte, per poi spiegare ai cuccioli il contenuto della minaccia, quando ormai le acque si erano calmate.

 

Ce la siamo vista brutta... Le madri stavano insegnando ai figli i pericoli della foresta facendo riferimento a un episodio avvenuto nel vicino passato. La scoperta potrebbe spiegare in parte perché diversi tentativi di reintroduzione degli oranghi salvati in natura compiuti negli anni '70 siano falliti: quasi tutti finirono nelle fauci di felini selvatici, essenzialmente per la carenza di conoscenze sul nuovo habitat.

 

La lunga permanenza dei cuccioli con la madre (impiegano in media 7 anni a raggiungere l'indipendenza) sembrerebbe servire proprio alla trasmissione e all'apprendimento di abilità necessarie alla sopravvivenza. Il loro modo di scambiarsi informazioni sui pericoli esemplifica quello che dovevano avere i nostri antenati comuni, prima ancora della nascita del linguaggio.

 

14 Dicembre 2018 | Elisabetta Intini