Gli ecosistemi del passato raccontano il futuro

La ricerca su di un ambiente di 260 milioni di anni fa svela cosa accade quando il clima diventa troppo caldo e secco.

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Illustrazione: clicca qui per ingrandire l'immagine. È una ricostruzione inedita di come poteva apparire l'odierno giacimento paleontologico del Bletterbach 260 milioni di anni fa. Gli animali sono un younginiforme sull’albero (la “lucertola testa azzurra”), un dicinodonte in basso a sinistra (appartiene a un gruppo chiamato rettili - mammiferi), due arcosauri centrali in primo piano (lontani parenti di dinosauri, coccodrilli e uccelli), tre pareiasauri sullo sfondo e uno che viene sbranato da due gorgonopsidi, un captorinide sul tronco di destra.|Davide Bonadonna

Anche se le condizioni del pianeta milioni di anni fa non sono del tutto comparabili a quanto avviene ai giorni nostri, è sempre interessante scoprire che cosa accade quando il clima si trasforma in maniera radicale e rapida. Una ricerca svolta da un gruppo di paleontologi di varie nazionalità, guidati dall’italiano Massimo Bernardi del Muse di Trento, ha descritto, in un articolo scientifico molto completo (qui l’articolo in inglese), che cosa accadde tra 260 e 252 milioni di anni fa nell'area di quelle che sono le attuali Dolomiti. L’epoca è definita Lopingiano, ed è l’ultima fase del periodo Permiano, al passaggio dal Paleozoico al Mesozoico.


66 milioni di anni fa: l'estinzione dei dinosauri

Paradiso tropicale. Il gruppo di ricerca ha confrontato il giacimento di Bletterbach, tra Trento e Bolzano, con altri giacimenti paleontologici nel mondo, da Sudafrica all’India, dal Niger al Brasile e alla Russia, e ne ha calcolato la biodiversità. La zona dolomitica, al tempo, era in parte coperta da delta di fiumi e da un mare equatoriale caldo, e somigliava agli odierni ecosistemi tropicali. Come accade oggi alle basse latitudini, Bletterbach ospitava una fauna e una flora ricchissima, fatta di specie antenate di molti gruppi animali che conosciamo ora.

C’erano i rettili primitivi da cui sarebbero derivati i mammiferi e i dinosauri; tra le piante c’erano parenti delle attuali gingko, oltre a conifere e felci. Tra le foglie degli alberi sono stati scoperti anche i danni fatti dagli insetti, dai morsi alle gallerie, oltre che pollini e invertebrati marini.

 

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Gallery: autopsia di un baby-dinosauro. | Roberto Appiani, © Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta.

«I tropici furono una fucina per la biodiversità, nel lontano Permiano così come oggi», spiega Massimo Bernardi. «Con questo studio abbiamo dimostrato l’importanza, anche nel passato, delle aree a basse latitudini sia come “culle della biodiversità”, cioè luoghi di rapida evoluzione, sia come “musei della biodiversità”, rifugi dove sopravvivono specie estinte altrove.»

 

Massacro di massa. L’importanza del sito e di altri simili nel mondo sta nel fatto che alla fine del Lopingiano si sarebbe verificata la più grande scomparsa di specie nella storia del pianeta, l’estinzione Permo-Triassica, che avrebbe spazzato via circa il 90% delle specie marine e il 70% di quelle terrestri. Le cause dell'evento sono ancora dibattute, ma tra le idee proposte c'è quella di cambiamento graduale, ma geologicamente rapido, delle condizioni ambientali, verso una maggiore aridità. L'aumento di temperatura odierna porterebbe a condizioni simili sull'intero pianeta.

 

E SE ACCADESSE OGGI? Un cambiamento così radicale sta avvenendo proprio in questi anni, "grazie" all’azione diretta o indiretta dell’uomo, sia sotto forma di distruzione di ecosistemi ad alta biodiversità (come le foreste tropicali e le barriere coralline) sia come aumento di temperatura in seguito al riscaldamento globale. A questo studio dovrebbero seguire altri lavori che trattano dell’evoluzione delle specie viventi nel periodo esaminato e dei gruppi che hanno "approfittato" della grande estinzione.

16 Dicembre 2017 | Marco Ferrari